I soccorritori volontari non sono più appropriati per l’emergenza territoriale ?

I soccorritori volontari non sono più appropriati per l’emergenza territoriale ?

Cioè: l’aumento della complessità clinica e decisionale rende oggi insufficiente un equipaggio composto esclusivamente da soccorritori non sanitari ?

Questo è uno dei temi che emerge nella discussione che ha seguito la tragica morte di Abderrahim  Fakir. Questo pensa il presidente di un’importante società scientifica che rappresenta molti operatori dei sistemi 118. Questo pensano molti professionisti sanitari e anche molte persone non addette ai lavori. 

La situazione in Italia è la seguente: l’unica regione in cui il mezzo di soccorso ordinario è almeno composto da Infermiere più autista soccorritore è la Regione Lazio. Nella regione Lazio operano le associazioni di volontariato ma non gestiscono mezzi di emergenza con equipaggio costituito esclusivamente da soccorritori non sanitari. Tutte le altre regioni prevedono l’invio di mezzi con solo soccorritori non sanitari anche se con rilevanza e modalità diverse. Lombardia, Toscana, Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Trentino Alto Adige, Sardegna utilizzano un sistema in cui la centrale operativa può inviare, in relazione alla gravità del caso, un mezzo con solo soccorritori non sanitari. Le altre regioni hanno modelli diversi anche all’interno della stessa regione. 

Ma perché in Italia l’utilizzo dei soccorritori volontari non sanitari è così diffuso? Premetto subito che questa scelta non nasce da evidenze scientifiche che dimostrino la sua superiorità clinica ma da un misto di fattori che includono storia, cultura, disponibilità di risorse umane e sostenibilità economica. 

La storia. Quando agli inizi degli anni 90 nasce il sistema 118, il territorio era già coperto da una rete molto estesa di servizi di volontariato: Misericordie, Pubbliche Assistenze, Croce Rossa e altre. In molte regioni d’Italia questo sistema garantiva già il trasporto sanitario e quindi fu deciso di costruire un sistema integrando quello che già esisteva. 

Le risorse economiche. Probabilmente questo è il fattore più determinante. Mantenere un’ambulanza H 24 con personale dipendente a un costo molto più elevato rispetto a quelli costituiti da volontari formati. Per garantire un mezzo con volontari formati le spese sono: i mezzi, la formazione, le assicurazioni, le convenzioni con le associazioni. Niente a che vedere con i costi immensi per il personale dipendente. È difficile quantificare questo risparmio a livello nazionale, ma è ragionevole pensare che senza il volontariato molte regioni avrebbero dovuto aumentare in modo significativo il finanziamento dell’emergenza territoriale oppure ridurre il numero delle postazioni riducendo grandemente l’efficienza del sistema. Disponibilità di risorse umane. Da molti anni il sistema di emergenza territoriale non costituisce più un’attrattiva sia per i medici che per gli infermieri. Addirittura si assiste ad una fuga in massa dai sistemi 118 verso altre realtà sanitarie. 

Copertura del territorio. In molte aree montane rurali o scarsamente popolate sarebbe molto difficile mantenere un numero sufficiente di mezzi se ogni ambulanza dovesse avere personale sanitario o dipendente. L’associazioni locali invece garantiscono una presenza capillare che il servizio pubblico da solo non potrebbe fare. 

Infine in Italia non esiste la figura professionale del paramedico come invece esiste in molte nazioni europee e questo aspetto è fondamentale. Il paramedico è un professionista sanitario con formazione specifica pre ospedaliera che può eseguire manovre procedure invasive, può somministrare farmaci secondo protocolli e che quindi cancella la necessità del medico sul territorio. 

Cultura del volontariato. In Italia c’è una fortissima tradizione di volontariato probabilmente unica in Europa. Ad esempio, in Toscana le Misericordie esistono dal medioevo mentre in Liguria le Pubbliche Assistente esistono da più di un secolo. E quindi normale che le regioni hanno valorizzato un patrimonio sociale già presente.

La domanda scomoda è: il volontariato è ancora il modello migliore nel 2026? Negli ultimi trent’anni sono cambiate molte cose ad esempio è aumentata l’età media della popolazione, la complessità clinica dei pazienti, le responsabilità professionali e le competenze richieste sul territorio hanno posto sempre maggiori difficoltà nel reperire volontari disponibili a garantire turni continuativi. 

Molti pensano che il modello basato sui soccorritori volontari diventa sempre meno sostenibile  ed efficace e che l’evoluzione naturale debba andare verso una maggiore professionalizzazione dell’emergenza territoriale. 

Altri invece continuano a sostenere che questo modello è il miglior compromesso tra efficacia clinica, copertura territoriale e sostenibilità economica. 

Io penso che il disinteresse mostrato dal potere e dalla politica riguardo alla sanità e in particolare riguardo all’emergenza territoriale, rende di fatto impossibile un passaggio verso un modello con maggiore professionalità sanitaria che inevitabilmente comporterebbe investimenti economici che al momento non sono disponibili, o meglio, non sembrano disponibili.

La delusione e il dramma degli infermieri

La delusione e il dramma degli infermieri

Questa è la storia di Giovanni, un giovane infermiere che comincia con una promessa semplice: prendersi cura degli altri. Una promessa che attraversa gli anni della formazione, si rafforza nello studio, trova conferma nei risultati. Un percorso lineare, almeno in apparenza. Poi arriva l’impatto con la realtà. 

La realtà è un sistema che non accoglie, che non riconosce, che non restituisce. Il passaggio è brusco: da studente brillante a professionista invisibile. Il merito non apre porte ma apre dei sospesi perchè le risposte non arrivano, oppure arrivano sotto forma di lavori sottopagati, condizioni che non hanno nulla di formativo ma molto di sfruttamento. La parola “gavetta” diventa un modo elegante per dire che il valore di una persona può essere ignorato senza conseguenze.

Qui si consuma la prima frattura economica e simbolica perchè Giovanni capisce che l’impegno non basta, che il sistema non è costruito per premiare chi vale ma per proteggere equilibri opachi, abitudini consolidate, la rassegnazione collettiva che si tramanda come fosse inevitabile.

La drammatica scelta: restare e adattarsi, oppure partire. E partire non è un atto romantico ma uno strappo psico-fisico per sopravvivere: lasciare relazioni, lingua, riferimenti. Significa accettare solitudine, fatica, disorientamento. Significa ricominciare da capo con una identità professionale costruita con impegno. 

In Germania accade qualcosa di semplice e potente: il lavoro viene pagato, il tempo viene rispettato, le competenze trovano spazio. Sembra un paradiso ma  è solo normalità. Ed è proprio questo a rendere più amara la distanza. Perché diventa evidente che il problema non è la professione, non è la persona, ma il contesto che non sa valorizzarla.

Giovanni lavora, cresce, accumula esperienza. Anni di pratica, responsabilità, specializzazione con una traiettoria solida e chiara. Ma le origini chiamano e Giovanni pensa che forse qualcosa è cambiato: si prova a tornare. Qui arriva la seconda frattura, ancora più profonda e brutale:  l’esperienza maturata non viene riconosciuta. Il tempo investito perde valore. Si deve ripartire da zero, come se nulla fosse accaduto.

E allora emerge la rabbia lucida e potente. La rabbia di chi vede l’assurdità di un sistema che prima chiede esperienza impossibile e poi ignora quella reale. La rabbia di chi capisce di non essere stato sconfitto, ma respinto.