Perché l’empatia si può apprendere ?

Perché l’empatia si può apprendere ?

Molti professionisti sanitari ritengono che l’empatia sia una qualità innata della persona e che, di conseguenza, non sia possibile apprenderla o migliorarla. Questa convinzione, probabilmente radicata nella formazione accademica tradizionale, rappresenta un ostacolo significativo allo sviluppo delle capacità empatiche. Smantellare questo pregiudizio è una fase fondamentale per qualsiasi percorso formativo sulle competenze empatiche.

A questo scopo è necessario distinguere tra empatia cognitiva ed empatia affettiva.
L’empatia cognitiva è una vera e propria competenza: può essere sviluppata e migliorata attraverso l’esercizio, la pratica e la formazione. Al contrario, l’empatia affettiva — che può essere considerata anche una forma di attitudine innata — è più legata ai tratti di personalità ed è quindi influenzata dalla storia personale e dai vissuti individuali.

La competenza empatica cognitiva utilizza funzioni cerebrali corticali, mentre l’attitudine empatica dipende da funzioni sottocorticali, legate al cosiddetto cervello antico, come l’amigdala e le strutture profonde vicine.

L’empatia cognitiva può essere potenziata attraverso strumenti specifici:

  • l’ascolto globale e attivo,

  • la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro,

  • la capacità di rispondere in modo empatico.

Intervenire sull’empatia affettiva richiede invece un lavoro più profondo sulla personalità e sui vissuti emotivi.

È importante sottolineare che migliorare le competenze empatiche, cioè l’empatia cognitiva, consente spesso di rafforzare indirettamente anche le attitudini empatiche, come la capacità di percepire le emozioni altrui cogliendo segnali comunicativi non verbali o difficilmente descrivibili.

In sintesi, anche senza un’attitudine empatica particolarmente marcata, è possibile coltivare l’empatia cognitiva con la pratica. Ciò aiuta i professionisti sanitari a svolgere il proprio lavoro con maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e di quelle degli altri, contribuendo infine a un sostanziale miglioramento della qualità delle cure.

L’empatia non è innata e può essere modificata

L’empatia non è innata e può essere modificata

Molte persone ritengono che l’empatia sia qualcosa di innato e geneticamente determinato e quindi che sia impossibile migliorare la propria empatia. Questo stereotipo è favorito dai contesti accademici dove la maggior parte dei docenti ignorano questo aspetto e ne trascurano l’importanza. Questo stereotipo è basato in gran parte sulla non conoscenza delle due macro aree in cui possiamo suddividere l’empatia: l’empatia emotiva e l’empatia cognitiva. L’empatia emotiva, che possiamo anche chiamare attitudine all’empatia,  è certamente connessa con i tratti di personalità delle persone ed influenzata dalle caratteristiche individuali e della propria storia. L’empatia Cognitiva, invece, è maggiormente o totalmente connessa ad aspetti cognitivi e quindi modificabili con l’apprendimento. Vale a dire che la competenza empatica è basata, almeno inizialmente, sulla empatia cognitiva. Tenendo presente la definizione di competenza e cioè la capacità di mettere in atto un comportamento specifico che tende ad un determinato obiettivo, possiamo affermare che l’apprendimento di una competenza è molto spesso più facile rispetto allo sviluppo o alla modifica di un’attitudine; il miglioramento delle competenze empatiche, e quindi il miglioramento dell’empatia cognitiva, è basato su tre punti fondamentali: 

1 – essere in grado di comprendere i punti di vista dell’altra persona

2 – saper praticare l’ascolto globale e attivo

3 – essere in grado di fornire nella relazione delle risposte empatiche. 

Il miglioramento di questi tre punti è un obiettivo totalmente realistico e raggiungibile con la Formazione. E’ senz’altro più semplice che sviluppare o modificare l’empatia affettiva per la quale può essere necessario un lavoro più profondo su se stessi andando a mettere mano su parti meno consapevoli della propria storia.

Foto di Aarón Blanco Tejedor su Unsplash

Praticare e rafforzare le abilità non tecniche

Praticare e rafforzare le abilità non tecniche

Le abilità non tecniche dei professionisti della salute determinano il raggiungimento degli obiettivi dei team più di quanto non facciano le conoscenze e le abilità tecniche.

Come praticare e rafforzare le abilità non tecniche nei percorsi formativi dei professionisti sanitari ?

Alessandro Barelli spiega alcune possibilità che i facilitatori hanno disponibili per rafforzare fattori come consapevolezza della situazione, lavoro di gruppo, decisionalità, leadership.

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La competizione favorisce l’apprendimento e lo sviluppo professionale ?

La competizione favorisce l’apprendimento e lo sviluppo professionale ?

Esistono in Italia recenti esempi di competizioni tra pari utilizzate in contesti educativi e di addestramento alle abilità tecniche in ambito sanitario come la SimCup organizzata dal Sim Center di Novara e la Skill Competition nell’ambito del 71° Congresso Nazionale SIAARTI.

  1. Mettere in competizione le persone favorisce o ostacola la ritenzione delle competenze e delle abilità ?
  2. Il team-work migliora se si stimolano i componenti del gruppo a competere tra di loro ?
  3. E’ preferibile stimolare lo spirito collaborativo piuttosto che quello competitivo ?

Non condanno lo spirito competitivo in se ma stresso l’importanza dello spirito di collaborazione che deve poter mitigare l’asprezza degli ambienti eccessivamente competitivi dove si compete contro gli altri e non con gli altri.

Quindi la competizione, soprattutto se utilizzata in ambito formativo, deve essere posizionata con forza in un contesto collaborativo che consenta alle persone di lavorare insieme, di aiutarsi e di compensare le debolezze altrui.

“Guarda alla tua sinistra, guarda alla tua destra: uno di voi due non sarà qui l’anno prossimo.” Questa frase intimidatoria è utilizzata come messaggio di saluto per gli studenti della Harvard Law School nel film Esami per la vita. L’esplicito della frase recita che per avere successo nella scuola occorre lavorare duro. Il messaggio non detto è che il tuo successo dipende dal fallimento di qualcun altro.

In una competizione qualcuno perde se c’è qualcuno che vince e quindi per raggiungere il proprio successo si negano informazioni che possano aiutare gli altri e si rifiuta l’aiuto se qualcuno lo chiede. Tutto ciò blocca il team-work anzi è l’antitesi del team-work. Salvare se stessi è il principale obiettivo.

Nell’organizzazioni, anche se i leader non disegnano in modo esplicito un ambiente da gioco vincita/perdita, la mentalità competitiva è lo standard più diffuso per i professionisti che tendono al successo. La conseguenza non voluta è una mentalità che vede il successo come un gioco a somma zero, dove il mio successo dipende dal tuo fallimento. Il focus diventa “come sto facendo in confronto con gli altri” e la gestione delle apparenze domina sull’apprendimento e sul lavoro di squadra. Organizzare competizioni a premi in ambito educativo presuppone dei vincitori e dei perdenti. Che ne sarà dell’apprendimento, del cambiamento e dell’autostima dei perdenti ?