Disinformazione sanitaria sui social: dove sono gli Ordini professionali?

Disinformazione sanitaria sui social: dove sono gli Ordini professionali?

Siamo di fronte a una tragedia sanitaria e culturale: medici che diffondono informazioni false e pericolose per la salute pubblica.

Affermare che l’esposizione ai raggi ultravioletti protegge dal melanoma, che il sole, essendo naturale, non possa fare male e che le creme solari siano inutili, tossiche o capaci di avvelenare l’organismo significa suggerire una condotta sanitaria potenzialmente molto pericolosa.

Questa non è una discussione astratta. Chi ascolta potrebbe ridurre la protezione, aumentare l’esposizione al sole, trascurare una lesione sospetta o ritardare una visita medica. Un contenuto pubblicato sui social può quindi trasformarsi in un comportamento concreto e produrre conseguenze sulla salute.

Sulla possibile violazione del Codice deontologico medico c’è poco da discutere. L’articolo 55 stabilisce che l’informazione sanitaria deve essere accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, oltre che fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite. Il medico non deve divulgare notizie capaci di alimentare aspettative o timori infondati e, più in generale, informazioni idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale.

Lo stesso Codice chiarisce che l’informazione sanitaria diffusa con qualsiasi mezzo deve essere veritiera, corretta e mai ingannevole. L’ambiente social, dunque, non è uno spazio deontologicamente neutro. Il medico continua a essere medico anche quando parla davanti alla videocamera del proprio telefono.

Le raccomandazioni della FNOMCeO sull’uso responsabile dei social sembrano essere state largamente disattese da una parte dei professionisti.

La domanda diventa inevitabile: dove sono gli Ordini professionali?

Gli Ordini hanno una funzione istituzionale di vigilanza deontologica e disciplinare. Attualmente, però, il sistema sembra attivarsi soprattutto in seguito a una segnalazione. Manca una sorveglianza sistematica ed efficace sulla comunicazione pubblica degli iscritti, anche quando i contenuti sono ripetuti, facilmente documentabili e raggiungono un pubblico molto ampio.

Anche il sistema degli esposti presenta un problema. Chi segnala una possibile violazione spesso non viene informato sull’esito del procedimento. Questa assenza di riscontro può diventare fortemente disincentivante e alimentare l’impressione che la segnalazione non abbia prodotto alcun effetto.

Non penso a un controllo preventivo generalizzato su tutti i profili social dei medici. Sarebbe difficilmente sostenibile e solleverebbe seri problemi rispetto alla libertà di espressione.

Penso al monitoraggio sistematico dei profili social gestiti da medici con un numero di follower rilevante: superiore ai 50 K ad esempio. Questo restringe l’obiettivo e diventa sostenibile.

Questa difficoltà, però, non può giustificare l’inerzia davanti a contenuti pubblici, reiterati e potenzialmente dannosi. Serve una vigilanza sul corretto uso dell’autorevolezza professionale.

Il medico è probabilmente il professionista sanitario con la maggiore capacità di orientare l’opinione pubblica. Quando diffonde una falsa informazione, il danno potenziale è amplificato dalla fiducia collegata al titolo professionale.

Il fenomeno diventa ancora più rilevante quando il professionista possiede decine o centinaia di migliaia di follower. Il numero dei destinatari aumenta la capacità del contenuto di modificare i comportamenti. Per questo sarebbe sostenibile concentrare l’osservazione sui medici influencer con una particolare visibilità e sui contenuti che riguardano direttamente prevenzione, diagnosi e trattamenti.

Maggiore è il potere comunicativo, maggiore deve essere la responsabilità deontologica.

Il medico influencer usa pubblicamente il proprio titolo, raggiunge migliaia o milioni di persone e può fornire indicazioni relative alla salute e alla prevenzione. Quando contraddice evidenze scientifiche consolidate senza dichiarare l’incertezza e induce comportamenti potenzialmente dannosi, usa la propria autorevolezza in modo incompatibile con la funzione sociale della professione.

Resta poi il problema della possibile rilevanza penale.

La diffusione di false informazioni sanitarie non configura automaticamente un reato. In determinate circostanze potrebbe essere valutato l’articolo 656 del Codice penale, che punisce la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose idonee a turbare l’ordine pubblico. La sua applicazione richiede però una concreta idoneità del messaggio a produrre tale turbamento e non coincide automaticamente con la semplice pericolosità sanitaria.

Può essere richiamato anche l’abuso della credulità popolare previsto dall’articolo 661, quando esista una vera impostura, cioè un comportamento intenzionalmente ingannevole rivolto a un numero indeterminato di persone. Questa fattispecie è oggi soggetta a una sanzione amministrativa e richiede comunque presupposti specifici.

Il quadro potrebbe diventare più grave qualora una persona, fidandosi del messaggio diffuso da un medico, aumentasse deliberatamente l’esposizione solare, rinunciasse alla prevenzione o ritardasse una diagnosi e subisse un danno.

In presenza di una lesione potrebbero essere ipotizzate le lesioni personali colpose. In caso di morte, in una situazione estrema, potrebbe essere valutato l’omicidio colposo.

Servirebbe una prova molto rigorosa del nesso causale. Occorrerebbe dimostrare che proprio quel messaggio ha determinato il comportamento pericoloso e che tale comportamento ha prodotto la malattia, l’aggravamento o la morte.

La difficoltà della prova penale non riduce però la responsabilità deontologica.

Gli Ordini non devono aspettare che qualcuno si ammali o muoia. La loro funzione dovrebbe essere anche preventiva: tutelare la popolazione dall’uso improprio del titolo professionale e impedire che la credibilità della medicina venga utilizzata per rendere convincenti informazioni false.

Quando un medico trasforma la propria autorevolezza in uno strumento di disinformazione, il problema riguarda l’intera professione.

E il silenzio degli Ordini rischia di diventare parte del problema.

Quando non iniziare la rianimazione cardiopolmonare: criteri clinici, etici e normativi

Quando non iniziare la rianimazione cardiopolmonare: criteri clinici, etici e normativi

La rianimazione cardiopolmonare rappresenta uno degli interventi più simbolicamente associati alla medicina d’urgenza. Nella cultura sanitaria e nell’immaginario collettivo essa appare spesso come l’atto che si oppone alla morte e che deve essere sempre tentato. La pratica clinica e la riflessione bioetica mostrano invece una realtà più complessa. L’arresto cardiaco non costituisce sempre un evento inatteso e potenzialmente reversibile; in molte situazioni rappresenta l’esito finale di un processo patologico irreversibile. In questi contesti la questione non riguarda la possibilità tecnica di eseguire una manovra, ma la sua appropriatezza clinica, etica e giuridica. Il problema diventa allora stabilire quando sia lecito e corretto non iniziare la rianimazione, cioè assumere una decisione di Do Not Attempt Resuscitation (DNAR).

La riflessione contemporanea su questo tema si fonda su un cambiamento concettuale importante: la rianimazione cardiopolmonare è un trattamento sanitario. Non si tratta di un gesto automatico o obbligatorio, ma di una procedura medica complessa che richiede indicazione clinica, proporzionalità e consenso. Questo principio deriva sia dalla bioetica clinica sia dal diritto sanitario. In Italia trova espressione esplicita nella Legge 22 dicembre 2017 n. 219, che afferma che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero e informato della persona. La rianimazione, in quanto trattamento salvavita, rientra pienamente in questo quadro normativo. La stessa legge stabilisce che ogni persona ha il diritto di rifiutare o revocare qualsiasi trattamento sanitario, anche quando tale decisione comporti il rischio di morte. Le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) permettono inoltre di esprimere in anticipo la volontà di non essere sottoposti a interventi come ventilazione meccanica o rianimazione cardiopolmonare. Il medico che rispetta tale volontà non incorre in responsabilità civile o penale.

L’analisi giuridica non esaurisce tuttavia la questione. Il primo criterio che orienta la decisione clinica riguarda l’appropriatezza terapeutica. La medicina non è vincolata a eseguire ogni intervento tecnicamente possibile; il suo compito consiste nell’offrire trattamenti che abbiano una ragionevole probabilità di beneficio per il paziente. Questo principio è stato più volte ribadito dal Comitato Nazionale per la Bioetica, che ha sottolineato come il medico non sia tenuto a iniziare o proseguire interventi clinicamente inefficaci, sproporzionati o futili. Nel caso della rianimazione cardiopolmonare tale valutazione assume particolare rilevanza perché l’arresto cardiaco può verificarsi in contesti clinici profondamente diversi. Un arresto cardiaco improvviso in un soggetto precedentemente sano o in un paziente con patologia potenzialmente reversibile rappresenta una situazione in cui la rianimazione ha una chiara indicazione. In altre circostanze, come nelle fasi avanzate di malattia inguaribile o nelle condizioni di morte imminente, la stessa procedura può trasformarsi in un intervento senza reale utilità clinica.

La bioetica utilizza il concetto di futilità terapeutica per descrivere queste situazioni. La futilità può assumere una dimensione fisiologica quando un trattamento non è in grado di ottenere l’effetto biologico per cui è stato progettato. Nel contesto della rianimazione questo accade quando la ripresa della circolazione spontanea è praticamente impossibile a causa di condizioni incompatibili con la vita. In tali circostanze la decisione di non iniziare la rianimazione non rappresenta una rinuncia alla cura, ma il riconoscimento della impossibilità biologica di modificare l’esito. Accanto a questa dimensione esiste una futilità di natura prognostica. La rianimazione può talvolta ristabilire temporaneamente la circolazione senza produrre un beneficio reale per la persona, come accade nei pazienti con insufficienza multiorgano irreversibile, danno neurologico devastante o malattia terminale avanzata. In queste situazioni la procedura non modifica la storia naturale della malattia e rischia di prolungare soltanto il processo del morire.

Il criterio della proporzionalità delle cure costituisce un altro riferimento centrale della riflessione bioetica. Un trattamento è proporzionato quando il beneficio atteso giustifica i rischi, le sofferenze e le risorse impiegate. Quando questo equilibrio viene meno si entra nell’ambito dell’accanimento terapeutico, definito come l’impiego di interventi sproporzionati rispetto agli obiettivi realistici della medicina. La rianimazione cardiopolmonare può diventare accanimento quando viene praticata in presenza di condizioni cliniche che rendono impossibile un recupero significativo della vita del paziente. In tali circostanze l’atto tecnico non rappresenta più una cura, ma un intervento che prolunga artificialmente un processo irreversibile.

La valutazione dell’appropriatezza della rianimazione è strettamente connessa al riconoscimento della fase terminale di malattia. La legislazione italiana non fornisce una definizione rigidamente codificata di “malato terminale”, ma descrive condizioni cliniche che corrispondono a questa fase. La Legge 15 marzo 2010 n. 38, che disciplina l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, identifica come destinatari di tali cure i pazienti affetti da malattia ad andamento cronico ed evolutivo con prognosi infausta e senza possibilità di guarigione. L’obiettivo dell’assistenza non è più la guarigione ma il controllo dei sintomi e la qualità della vita. La Legge 219/2017 introduce inoltre l’espressione “prognosi infausta a breve termine o imminenza di morte”, contesto nel quale diventa possibile limitare trattamenti di sostegno vitale e ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua. L’integrazione tra queste due normative consente di delineare il profilo clinico della terminalità: una malattia inguaribile in fase avanzata, caratterizzata da progressione irreversibile e aspettativa di vita limitata, nella quale gli interventi curativi non risultano più efficaci.

In questa prospettiva l’arresto cardiaco che si verifica in un paziente terminale rappresenta frequentemente l’evento finale atteso del processo patologico. La rianimazione cardiopolmonare non modifica l’evoluzione della malattia e spesso non produce una sopravvivenza significativa. La decisione di non iniziare le manovre di rianimazione può quindi essere clinicamente ed eticamente appropriata, poiché l’intervento non offre una reale possibilità di beneficio. Tale orientamento è coerente con le raccomandazioni europee sulla rianimazione, che riconoscono la legittimità di non avviare la RCP quando il trattamento è futile, contrario alla volontà del paziente o incompatibile con gli obiettivi di cura stabiliti nel percorso di fine vita.

Il rispetto dell’autonomia della persona rappresenta un elemento decisivo in questo processo decisionale. Il paziente cosciente e capace di intendere e di volere ha il diritto di rifiutare la rianimazione cardiopolmonare. Questa scelta può essere espressa direttamente durante il percorso di cura oppure anticipata attraverso le DAT. La legge italiana attribuisce piena validità a tali dichiarazioni e impone al medico di rispettarle, salvo casi di manifesta incongruenza con la situazione clinica o di nuove terapie non prevedibili al momento della redazione. L’autonomia del paziente non elimina la responsabilità professionale del medico nella valutazione dell’indicazione terapeutica, ma stabilisce che nessun trattamento può essere imposto contro la volontà della persona.

Il ruolo del medico rimane centrale nella valutazione complessiva della situazione clinica. Le decisioni relative alla rianimazione dovrebbero emergere da un processo di pianificazione anticipata delle cure, nel quale vengono discussi gli obiettivi terapeutici, la prognosi e le preferenze del paziente. Il coinvolgimento dell’équipe assistenziale, la comunicazione con i familiari e la documentazione chiara in cartella clinica rappresentano elementi essenziali per garantire trasparenza e responsabilità. L’ordine di non rianimare non implica in alcun modo l’abbandono del paziente. Al contrario, comporta il passaggio a un approccio centrato sulle cure palliative, sul controllo dei sintomi e sull’accompagnamento nel fine vita, come previsto dalla normativa italiana.

La questione della rianimazione nei pazienti in fase terminale mette in luce una tensione profonda tra la potenza tecnologica della medicina e il limite biologico della vita umana. Il progresso delle tecniche di rianimazione ha reso possibile salvare molte persone da eventi acuti reversibili, ma ha anche creato il rischio di interventi sproporzionati quando la morte è l’esito inevitabile della malattia. Il compito dell’etica clinica consiste nel mantenere un equilibrio tra il dovere di curare e il rispetto della dignità della persona. Non rianimare un paziente in arresto cardiaco non significa rinunciare alla medicina, ma riconoscere che la cura non coincide sempre con il prolungamento della vita biologica. In alcune circostanze la decisione più rispettosa della persona è permettere che la morte avvenga senza interventi invasivi e senza sofferenze inutili, all’interno di un percorso assistenziale che continui a garantire attenzione, competenza e umanità.

Il decoro del medico, oggi

Il decoro del medico, oggi

Il termine decoro viene spesso usato in modo vago o moralistico, come se indicasse un insieme di regole rigide da rispettare o un ideale astratto di comportamento. In realtà la parola ha un significato più profondo e concreto. Deriva dal latino decorum e rimanda a ciò che è appropriato, coerente, conveniente in relazione a un ruolo, a una situazione e alle persone coinvolte. 

Quando si parla di decoro del medico, questa idea assume una rilevanza particolare. La medicina non è una professione come le altre. Il medico entra in contatto con la vulnerabilità delle persone, con il dolore, la paura, l’incertezza, e dispone di conoscenze e poteri che creano una naturale asimmetria nella relazione. Per questo il decoro medico non può ridursi all’aspetto esteriore o a buone maniere formali. Riguarda soprattutto il modo in cui il medico esercita la propria responsabilità nei confronti dell’altro.

Nel suo significato più autentico, il decoro del medico comunica affidabilità. Dice al paziente: puoi fidarti, perché sono competente, presente, coerente nelle parole e nei comportamenti. Il decoro è anche rispetto dei confini: non invadere, non umiliare, non usare il proprio ruolo per imporsi o per proteggersi dietro un linguaggio incomprensibile.

Nel tempo, però, il concetto di decoro è stato appesantito da stereotipi. L’idea del medico serio, distaccato, che non mostra emozioni e non sorride è ancora molto presente nell’immaginario collettivo. Questo modello deriva da una medicina paternalistica, in cui l’autorevolezza coincideva con il controllo e la distanza. In questo schema il decoro diventa rigidità, e la professionalità viene confusa con l’assenza di emozioni. Il risultato è spesso una relazione fredda, difensiva, poco capace di ascolto.

Accanto agli stereotipi agiscono anche molti pregiudizi. Il decoro viene presentato come qualcosa di neutro e universale, ma in realtà riflette modelli culturali precisi, spesso maschili, gerarchici e tradizionali. Le mediche vengono giudicate più facilmente per l’aspetto che per la competenza. I medici giovani rischiano di essere considerati poco affidabili se non adottano codici formali rigidi. I professionisti empatici vengono talvolta percepiti come meno seri o meno autorevoli. In questi casi il decoro smette di essere uno strumento di cura e diventa uno strumento di controllo sociale.

La società, però, è cambiata profondamente. I pazienti oggi sono più informati, più consapevoli, meno disposti ad accettare un ruolo passivo. La medicina stessa riconosce i propri limiti e la complessità delle decisioni cliniche. In questo contesto il decoro non può restare ancorato a modelli del passato. Non significa rinunciare alla professionalità, ma ridefinirla. Il medico decoroso oggi non è colui che nasconde le emozioni, ma colui che sa riconoscerle e gestirle, senza scaricarle sull’altro e senza negarle.

Il decoro contemporaneo è fatto di trasparenza, di linguaggio comprensibile, di capacità di dire “non lo so” quando è necessario. È la capacità di abitare il proprio ruolo senza trasformarlo in una corazza. 

In questa prospettiva, il decoro del medico può essere inteso come la capacità di essere pienamente professionale senza smettere di essere umano. Un equilibrio delicato, che non si può imporre dall’esterno con regole uguali per tutti, ma che richiede consapevolezza, riflessione e responsabilità. È proprio questo equilibrio, oggi più che mai, a rendere la relazione di cura credibile, rispettosa e autentica.

Infermiere e medico: come lavorano oggi

Infermiere e medico: come lavorano oggi

Nel sistema sanitario attuale il rapporto tra medico e infermiere non è più basato su una semplice gerarchia, ma su una collaborazione tra professionisti diversi, ciascuno con competenze e responsabilità proprie. Questo significa che l’infermiere non “esegue ordini” in modo automatico, ma prende decisioni importanti per la sicurezza del paziente.

Il medico è responsabile in primis della diagnosi e delle scelte terapeutiche, cioè decide quali farmaci o trattamenti siano indicati per una certa malattia. L’infermiere, invece, è responsabile dell’assistenza, dell’osservazione continua del paziente e di come quelle terapie vengono applicate nella pratica concreta. 

L’autonomia dell’infermiere non significa che si possa sostituire al  medico o fare a meno del medico decidendo  da solo le terapie. Significa però che deve usare le proprie conoscenze professionali per valutare se una prescrizione è sicura, appropriata e adatta alla situazione reale del paziente in quel momento. 

Un punto fondamentale, spesso poco conosciuto dai non addetti ai lavori, è che l’infermiere non è obbligato a eseguire una prescrizione se ritiene che possa essere pericolosa. Anzi, ha il dovere di non farlo. Se, per esempio, una terapia potrebbe peggiorare le condizioni del paziente o causare un danno evidente, l’infermiere deve segnalarlo al medico e chiedere un chiarimento o una rivalutazione.

Il rifiuto di eseguire una prescrizione non è un atto di ribellione o di mancanza di rispetto. Quando è motivato e finalizzato alla tutela della persona assistita, è un comportamento corretto e responsabile. L’importante è che l’infermiere comunichi il problema, spieghi le ragioni del dubbio e lasci una traccia scritta di quanto accaduto

Al contrario, eseguire una prescrizione sapendo che è rischiosa non protegge l’infermiere. L’idea “ho solo fatto quello che mi è stato detto” oggi non ha più valore legale. Se il paziente subisce un danno prevedibile, la responsabilità può ricadere sia sul medico che ha prescritto, sia sull’infermiere che ha eseguito senza opporsi.

Quando medico e infermiere dialogano e si confrontano, anche in modo acceso ma professionale, non si crea un problema: si aumenta la sicurezza. Il conflitto non nasce dal dissenso, ma dal silenzio e dall’esecuzione acritica. La collaborazione vera si basa sul riconoscimento reciproco delle competenze e sulla condivisione della responsabilità.

In sintesi, oggi la cura non è il risultato di ordini e obbedienza, ma di decisioni consapevoli, responsabilità personali e lavoro di squadra. L’obiettivo comune non è “avere ragione”, ma proteggere il paziente e offrire un’assistenza di qualità.

Caro Darwin….

Caro Darwin….

Caro Darwin…

Charles Darwin ci ha insegnato che la natura seleziona ciò che favorisce la prosecuzione della specie e, di conseguenza, elimina gli individui che non servono a questo scopo. In una prospettiva puramente evoluzionistica vengono selezionati negativamente, cioè esclusi, i soggetti fragili, deboli, poco dotati fisicamente, portatori di un corredo genetico vulnerabile o di un sistema immunitario malfunzionante.

Un mondo governato esclusivamente dall’evoluzione prevede quindi la sopravvivenza dei più forti, di coloro che meglio si adattano alle condizioni ambientali. In questo modo le risorse limitate vengono redistribuite tra chi ha maggiori possibilità di sopravvivere e di riprodursi. I più forti diventano così i portatori del compito di garantire la continuità della specie attraverso la riproduzione.

Gli esseri umani, però, hanno compiuto una scelta diversa. Hanno deciso che la vita possiede un senso più profondo, più importante, che va oltre la mera riproduzione biologica e il sesso. Hanno stabilito che genetica e biologia possono essere governate e che non determinano in modo inevitabile il destino dell’umanità. Da questa scelta nasce la medicina.

La medicina si oppone alla selezione naturale. Essa investe di più su chi sta peggio, per aiutarlo a compensare la fragilità delle difese immunitarie, delle funzioni corporee, persino dei cromosomi. Gli esseri umani utilizzano la mente e l’intelletto per far progredire la specie, producendo antibiotici che affiancano il sistema immunitario nella lotta contro le infezioni o protesi che annullano, o almeno riducono, l’effetto invalidante delle malattie degenerative.

In un mondo rigidamente evoluzionista, in cui l’unico scopo fosse cacciare e riprodursi, una persona su una sedia a rotelle non avrebbe potuto neppure esistere. Noi abbiamo invece scelto che un genio come Stephen Hawking potesse vivere e contribuire in modo straordinario al progresso dell’umanità. Abbiamo compreso che, per gli esseri umani, non è importante solo sopravvivere e riprodursi, ma anche attribuire un significato più ampio e profondo all’esistenza.

In questo senso la medicina è, di fatto, un antagonista di Darwin: si propone di far sopravvivere e di migliorare la qualità della vita di individui che partono da uno svantaggio evoluzionistico iniziale. Forse è anche per questo che molte persone scelgono di diventare medici o professionisti sanitari. Non vogliono che l’essere umano sia ridotto a un semplice evento biologico o a un fatto riproduttivo. La medicina utilizza tutto il sapere accumulato nei secoli e il contributo di tutte le menti che vi hanno lavorato per prendersi cura di ogni singola persona.

Pensieri e riflessioni liberamente tratte da: Hai mai pensato di fare Medicina, Gianluca Pistore, Piccin Editore, 2025

La depenalizzazione della responsabilità medica

La depenalizzazione della responsabilità medica

Il tema della responsabilità medica, e in particolare della sua rilevanza penale, rappresenta uno punto cruciale per il funzionamento dei sistemi sanitari contemporanei. Il modo in cui un ordinamento giuridico tratta l’errore sanitario condiziona pesantemente il comportamento dei professionisti, l’organizzazione e i costi dei servizi e la sicurezza delle cure.

Negli ultimi decenni, molti Paesi europei hanno avviato processi di depenalizzazione totale o parziale della responsabilità medica, spostando il focus dalla colpa individuale alla gestione sistemica del rischio clinico. L’Italia, pur avendo introdotto alcune riforme correttive, mantiene invece un impianto fortemente penal-centrico.

La situazione italiana

Quadro normativo

In Italia la responsabilità del medico non è depenalizzata. L’errore sanitario può ancora integrare reati quali l’omicidio colposo e le lesioni personali colpose. Il sistema consente quindi l’attivazione dell’indagine penale anche in assenza di dolo, sulla base della sola colpa.

Le principali riforme degli ultimi anni (Legge Balduzzi del 2012 e Legge Gelli-Bianco del 2017) hanno avuto l’obiettivo dichiarato di ridurre l’area della punibilità penale, ma non hanno inciso sulla struttura di fondo del sistema.

La Legge Gelli-Bianco, in particolare, ha introdotto l’art. 590-sexies del codice penale, che prevede l’esclusione della punibilità solo in presenza di condizioni molto specifiche: rispetto di linee guida accreditate e colpa riconducibile a imperizia non grave. Restano invece penalmente rilevanti la negligenza, l’imprudenza e l’imperizia grave.

Un sistema penal-centrico

L’elemento critico del modello italiano non è solo la possibilità teorica di punizione, ma il fatto che:

  • il procedimento penale può essere avviato con relativa facilità;
  • la valutazione sulla punibilità avviene ex post, dopo l’apertura dell’indagine;
  • il medico non gode di una protezione ex ante rispetto al rischio penale.

Di fatto, anche nei casi destinati all’assoluzione, il professionista è esposto a indagini, perizie, processi e conseguenze personali lavorative, private e psicologiche rilevanti.

La situazione europea

I modelli di depenalizzazione avanzata

Nei Paesi del Nord Europa (in particolare Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia) l’errore medico colposo ordinario non costituisce reato. La responsabilità è gestita attraverso:

  • sistemi di indennizzo no-fault;
  • procedure amministrative;
  • meccanismi disciplinari professionali.

Il diritto penale è riservato a situazioni eccezionali, caratterizzate da dolo o da comportamenti manifestamente criminali. Questo approccio si fonda sull’idea che l’errore sanitario sia spesso il prodotto di fattori sistemici più che di colpe individuali.

I modelli intermedi

Altri Paesi europei (come Paesi Bassi, Svizzera e Francia) hanno adottato forme di depenalizzazione parziale o funzionale. In questi ordinamenti:

  • il penale resta formalmente possibile;
  • l’accesso alla sanzione penale è però limitato a casi di particolare gravità;
  • la maggior parte dei contenziosi viene assorbita dal diritto civile o da sistemi pubblici di indennizzo.

Pur non essendo completamente depenalizzati, questi sistemi riducono significativamente il ricorso al penale e il suo impatto sulla pratica clinica quotidiana.

Paesi non depenalizzati

Alcuni Paesi, tra cui Italia, Germania e Spagna, mantengono una responsabilità penale strutturale. Tuttavia, anche in questi contesti, l’Italia si distingue per l’ampiezza dell’area di attivazione del penale e per la sua centralità nel governo del rischio clinico.

Impatto sulla sanità italiana

Medicina difensiva

Uno degli effetti più evidenti del modello penal-centrico italiano è la diffusione della medicina difensiva, sia in forma positiva (prescrizioni, esami e consulenze non strettamente necessari) sia in forma negativa (rinuncia a procedure complesse o ad alto rischio).

La medicina difensiva comporta:

  • aumento dei costi sanitari;
  • inappropriatezza delle cure;
  • riduzione dell’efficienza del sistema.

Clima professionale e organizzativo

La costante esposizione al rischio penale produce un clima di paura e sfiducia che incide sulla motivazione dei professionisti, sulla capacità di lavorare in équipe e sulla disponibilità ad assumersi responsabilità, soprattutto nei contesti ad alta complessità.

In particolare, si osservano:

  • difficoltà nel reclutamento e nella fidelizzazione dei professionisti;
  • fuga da specialità considerate “a rischio giudiziario”;
  • irrigidimento dei processi decisionali clinici.

Sicurezza delle cure e apprendimento dall’errore

I sistemi depenalizzati favoriscono la segnalazione degli eventi avversi e l’analisi degli errori come strumenti di apprendimento organizzativo. Al contrario, un sistema punitivo tende a:

  • scoraggiare la trasparenza;
  • incentivare la difesa individuale;
  • ostacolare la costruzione di una cultura della sicurezza.

In Italia, la persistenza del penale come riferimento centrale limita lo sviluppo pieno del risk management e delle pratiche di miglioramento continuo.

La depenalizzazione della responsabilità medica non equivale a de-responsabilizzazione del professionista, ma a un cambiamento di paradigma: dalla colpa individuale alla sicurezza del sistema.

Il confronto europeo mostra che i Paesi che hanno ridotto o eliminato la rilevanza penale dell’errore sanitario hanno ottenuto benefici in termini di qualità delle cure, sostenibilità economica e benessere professionale.

L’Italia, pur avendo avviato riforme parziali, mantiene un assetto che continua a produrre effetti distorsivi. Una vera depenalizzazione richiederebbe una scelta politica e culturale chiara: riconoscere che la sicurezza delle cure si costruisce più efficacemente attraverso l’apprendimento dall’errore che attraverso la minaccia della sanzione penale.

Emergenza sanitaria: servono comandanti o team leaders riflessivi ?

Emergenza sanitaria: servono comandanti o team leaders riflessivi ?

Una comunità di naviganti è una rappresentazione in scala ridotta di comunità molto più ampie; può quindi essere utilizzata come una sorta di laboratorio in miniatura per osservare e verificare fenomeni macroscopici. Allo stesso tempo, essa mette in evidenza le dinamiche di un gruppo di persone obbligate a vivere in spazi angusti e in condizioni di forte limitazione della libertà.

I conflitti che possono nascere tra esseri umani costretti a condividere piccoli spazi per lunghi periodi derivano spesso da inimicizie pregresse, pregiudizi, intolleranze e pulsioni istintive che, in condizioni di normalità, non emergerebbero. Navigare, quindi, porta alla luce condizionamenti nascosti, difficoltà di adattamento e idiosincrasie tra persone molto diverse.

Osservare una piccola comunità in navigazione permette talvolta di individuare debolezze della personalità, tendenze alla sopraffazione e alla manipolazione, inclinazioni alla violenza e desideri di dominio sull’altro. Spingendo il ragionamento all’estremo, possiamo ipotizzare che il navigare sia, in parte, simile a un viaggio nell’inconscio: costringe a confrontarsi con ciò che normalmente viene tenuto nascosto, come aggressività represse e conflitti rimossi.

Vi è però un ulteriore aspetto centrale nelle dinamiche delle persone che navigano: la gestione del potere. In qualsiasi altra situazione, anche i ruoli di comando più elevati prevedono un’istanza ulteriore di garanzia e di controllo, capace di proteggere chi è sottoposto all’autorità e di impedire che questa venga percepita come arbitraria. In mare, sopra al capitano, non c’è nessuno.

Se qualcuno contesta la legittimità delle decisioni del comandante, dovrà attendere lo sbarco, momento in cui un’istanza superiore potrà essere invocata per valutarle. Finché un’imbarcazione è in navigazione, il comandante detiene dunque un potere assoluto e incontestabile. Questa norma può essere considerata legittima, logica e indispensabile.

Durante la navigazione, infatti, le decisioni devono spesso essere prese con estrema rapidità e il capitano ha bisogno che gli ordini vengano eseguiti senza esitazioni. Se esistesse la possibilità di contestarli o se vi fosse un’autorità alternativa a quella del comandante, la navigazione risulterebbe difficile, se non addirittura impossibile. Decisioni assembleari, soprattutto nei momenti di crisi, condurrebbero verosimilmente alla catastrofe. Possiamo dire che una nave con molti comandanti è destinata a naufragare.

Ogni imbarcazione, grande o piccola che sia, è quindi un territorio in cui non esiste un criterio democratico nel momento decisionale: le scelte seguono una catena gerarchica che culmina nell’autorità indiscutibile del comandante. Questa regola necessaria, tuttavia, lascia spazio a rischi legati alla varietà e alla contraddittorietà della natura umana.

Esistono capitani intelligenti, umani ed equilibrati, ma anche capitani ottusi, crudeli o addirittura squilibrati. Per questo motivo, in mare, possono verificarsi abusi, ingiustizie e sopraffazioni. Storicamente, questo problema è stato causa di drammi, sofferenze e incomprensioni profonde.

Allo stesso tempo, da qui nasce anche la sensazione di solitudine e isolamento che il ruolo di capitano comporta. Decidere da soli, essere responsabili da soli, provare la soddisfazione di aver governato una nave nella tempesta oppure il peso di non essere riusciti a riportarla in salvo: questo è il fardello del comandante, solo di fronte al mare e al proprio potere.

Autorità necessaria e rischio di abuso di potere

Dalla nave al team sanitario in emergenza

Nelle emergenze sanitarie la catena di comando chiara è una condizione di sicurezza, non un optional. Come in mare, il tempo è critico e le decisioni devono essere rapide, coerenti e immediatamente eseguibili. Per questo serve un leader riconosciuto, con autorità temporanea e contestuale, con  leadership funzionale all’evento. Quando l’autorità non è chiaramente finalizzata alla sicurezza del paziente, può trasformarsi in imposizione arbitraria con silenziamento del dissenso e uso del potere per difendere l’ego invece del paziente.
Quindi in emergenza l’autorità è necessaria, ma deve essere costantemente giustificata dall’obiettivo clinico, non dal ruolo formale.

Distinguere tra potere, autorità e responsabilità

Nei team sanitari questi tre concetti vengono spesso confusi, soprattutto sotto stress. Il potere può essere definito come la capacità di far eseguire un’azione. Può derivare dal ruolo, dall’esperienza, dal carisma o dalla paura. L’autorità necessita che il potere sia riconosciuto come legittimo dal gruppo di lavoro. In emergenza è spesso temporanea e funziona solo se il team percepisce competenza, chiarezza e orientamento al bene del paziente. La responsabilità comporta l’assunzione delle conseguenze delle decisioni prese e  dà senso etico al comando.

Un leader che esercita potere senza assumersi responsabilità mina la fiducia del team e aumenta il rischio clinico.

Consapevolezza, autocontrollo e leadership riflessiva

Quando l’emergenza porta alla superficie l’“inconscio professionale”

Come la navigazione, l’emergenza sanitaria fa emergere: aggressività latente, rigidità difensive, bisogno di controllo, difficoltà a tollerare l’incertezza. Per questi motivi è richiesta consapevolezza per riconoscere le proprie reazioni emotive sotto stress e Sapere quando si sta passando dalla leadership alla reattività. Per questi motivo è richiesto autocontrollo per regolare tono, linguaggio, gestualità ed evitare che la pressione trasformi l’autorità in intimidazione. Da qui nasce il concetto di leadership riflessiva: saper pensare mentre si agisce, accettare feedback anche in contesti gerarchici, distinguere l’errore tecnico dalla colpa personale.

La leadership in emergenza non è solo decisione rapida, ma capacità di non essere travolti dal proprio potere.

Perché l’empatia si può apprendere ?

Perché l’empatia si può apprendere ?

Molti professionisti sanitari ritengono che l’empatia sia una qualità innata della persona e che, di conseguenza, non sia possibile apprenderla o migliorarla. Questa convinzione, probabilmente radicata nella formazione accademica tradizionale, rappresenta un ostacolo significativo allo sviluppo delle capacità empatiche. Smantellare questo pregiudizio è una fase fondamentale per qualsiasi percorso formativo sulle competenze empatiche.

A questo scopo è necessario distinguere tra empatia cognitiva ed empatia affettiva.
L’empatia cognitiva è una vera e propria competenza: può essere sviluppata e migliorata attraverso l’esercizio, la pratica e la formazione. Al contrario, l’empatia affettiva — che può essere considerata anche una forma di attitudine innata — è più legata ai tratti di personalità ed è quindi influenzata dalla storia personale e dai vissuti individuali.

La competenza empatica cognitiva utilizza funzioni cerebrali corticali, mentre l’attitudine empatica dipende da funzioni sottocorticali, legate al cosiddetto cervello antico, come l’amigdala e le strutture profonde vicine.

L’empatia cognitiva può essere potenziata attraverso strumenti specifici:

  • l’ascolto globale e attivo,

  • la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro,

  • la capacità di rispondere in modo empatico.

Intervenire sull’empatia affettiva richiede invece un lavoro più profondo sulla personalità e sui vissuti emotivi.

È importante sottolineare che migliorare le competenze empatiche, cioè l’empatia cognitiva, consente spesso di rafforzare indirettamente anche le attitudini empatiche, come la capacità di percepire le emozioni altrui cogliendo segnali comunicativi non verbali o difficilmente descrivibili.

In sintesi, anche senza un’attitudine empatica particolarmente marcata, è possibile coltivare l’empatia cognitiva con la pratica. Ciò aiuta i professionisti sanitari a svolgere il proprio lavoro con maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e di quelle degli altri, contribuendo infine a un sostanziale miglioramento della qualità delle cure.

Il Burn-out e la Depressione dei Medici

Il Burn-out e la Depressione dei Medici

Negli ultimi anni, burnout e depressione tra i medici sono diventati temi di crescente rilevanza.

I medici riferiscono autonomamente sia la depressione sia il burnout con minor frequenza rispetto ai dati degli anni precedenti, dopo un costante aumento durante i peggiori anni del COVID. Tuttavia, è troppo presto per fare previsioni ottimistiche, specialmente considerando altri dati recenti che sono più preoccupanti. C’è sicuramente una maggiore consapevolezza nella sanità con più aziende che investono in risorse per il benessere e utilizzano unità operative per benessere del personale. Purtroppo, gli stress legati alla pandemia sono stati sostituiti da nuovi e aggravati fattori di stress, come ad esempio le pressioni finanziarie che costringono le aziende sanitarie a far fare sempre di più con sempre meno persone.

La medicina d’urgenza è in cima alla lista per quanto riguarda la percentuale di specialisti che riferiscono di sentirsi in burnout o depressi. Seguono gli ostetrici, i pediatri e i medici di famiglia. Si tratta di specialità in prima linea che forniscono cure primarie in modo prevalente o totale. Il burnout tra i cardiologi e i medici di terapia intensiva sembrerebbe invece diminuito rispetto ai tempi della pandemia.

Più mediche rispetto ai medici dicono di sentirsi in burnout. Perchè ? Sia sul posto di lavoro sia a casa entrano in gioco diversi fattori:

  • Più bassi livelli di risorse a disposizione delle mediche
  • Fattori culturali, come la minor presenza di donne in ruoli di leadership,  disparità retributive e minori opportunità di avanzamento di carriera
  • Integrazione tra lavoro e vita privata con le donne spesso gravate da maggiori responsabilità nella cura dei figli o dei genitori anziani.

Per quanto riguarda le cause del burnout sul posto di lavoro, ecco quali vengono ritenute le più importanti:

  • Troppe mansioni burocratiche: 62%
  • Troppe ore di lavoro: 41%
  • Mancanza di rispetto da amministratori, datori di lavoro, colleghi o staff: 40%
  • Compensazione insufficiente: 38%
  • Mancanza di controllo o autonomia: 32%
  • Informatizzazione delle procedure: 24%
  • Mancanza di rispetto dai pazienti: 22%
  • Regole e norme: 13%

La quota di Medici sia uomini che donne che affermano che il burnout ha un grave impatto sulla loro vita è in aumento rispetto al passato. Addirittura sembrerebbe che tra il 30 e il 40% dei medici possa affermare che è possibile che ciò causi l’abbandono della loro professione nei prossimi due anni

Il 73% degli intervistati dice che il burnout influisce negativamente sulle relazioni personali e il 13% addirittura afferma che influisce molto sulle relazioni personali; soltanto il 14% afferma che non influisce.

Un’altro aspetto molto importante riguarda la convinzione di metà dei medici che i datori di lavoro non prestano sufficiente attenzione al burnout tra il personale medico

Riguardo alla possibilità che condividere con i colleghi il problema del burnout possa essere produttivo, le risposte sono diverse. Esiste un certo grado di cinismo e scetticismo sul fatto che i colleghi possano fornire un reale aiuto sul problema del Burnout e molti pensano che i colleghi considererebbero il problema del Burnout in modo non differente da come lo considerano i dirigenti, i responsabili e i gestori delle risorse umane.

Un fattore positivo riguarda l’aumento del ricorrere a meccanismi di gestione più positivi come l’esercizio fisico, il tempo trascorso con la famiglia e con gli amici, un sonno migliore, momenti di riflessione di buona qualità rispetto ad altre soluzioni più semplici e più grossolane come il cibo spazzatura, l’alcol o l’eccesso di alimentazione. Probabilmente ciò è da mettere in relazione alla pandemia che ha costretto molte persone a concentrarsi sul pensare e a individuare i meccanismi di copying più positivi.

Se chiediamo ai medici come mantengono la loro felicità e la loro salute mentale, queste sono le risposte:

Passare tempo con la famiglia con gli amici 78%

  • dedicarsi ad attività e hobby 71%
  • fare esercizio fisico 67%
  • dormire sufficienza 51%
  • mangiare in modo sano 48%
  • andare in psicoterapia 11%

Se chiediamo ai medici quali misure sul posto di lavoro aiuterebbero di più rispetto al problema del burnout il 48% risponde un aumento di retribuzione, il 47% risponde un aumento del personale di supporto, il 46% pensa che rendere gli orari più flessibili sia la cosa più importante

Rispetto al passato il tasso di depressione clinica nei medici è in aumento; occorre sottolineare tuttavia che molti medici probabilmente non sono particolarmente bravi nell’autodiagnosticarsi la depressione; per questo motivo sarebbe auspicabile che i medici cercassero precocemente un supporto psicologico anziché valutare il proprio stato come non depressivo, oppure valutare la propria depressione come troppo lieve per giustificare la richiesta di aiuto.

Se chiediamo ai medici come la depressione influisce sul loro lavoro le risposte sono diverse: 

  • “ho perso la motivazione ad aiutare e a fare cose nuove”
  • ” sono arrabbiato e triste per il fatto di trovarmi in questa condizione perché io non ho fatto nulla che possa aver causato questo stato a parte il fatto di dire la verità nell’interesse della cura dei pazienti” 
  • “mi sento male, tutto ciò ha influito sul mio sonno e sul mio appetito, soffro di fatica cronica e di dolori che mi rendono difficile lavorare”
  • “arrivo al lavoro ogni giorno cercando di avere un atteggiamento positivo, ma questa cosa dura solo pochi secondi”
  • “faccio il conto alla rovescia fino a quando posso andarmene”
  • “non sono felice di parlare con le persone”

Sia gli uomini che le donne considerano il confidarsi con altri colleghi poco pratico e produttivo; probabilmente c’è ancora vergogna e senso di colpa legati alla depressione e questo rappresenta una barriera a cercare supporto e a condividere. La maggior parte dei medici si ritengono persone molto performanti e determinate e con grande fatica possono accettare l’idea che dovrebbero essere più forti di così e che dovrebbero aver bisogno di aiuto e attenzione.

Collegato a questo è il problema della richiesta d’aiuto da parte dei medici alle unità di benessere organizzativo e di supporto psicologico. La maggior parte dei medici dichiara di non aver mai consultato uno specialista della salute mentale e che non lo farà assolutamente anche in futuro.

È interessante esaminare le risposte che i medici danno alla domanda:  “perché non è il caso di dire ad alcuno della propria depressione”

  • considero la depressione una debolezza ciò darebbe un giudizio negativo su di me
  • le persona mi prenderanno di meno in considerazione 
  • le persone potrebbero dubitare delle mie capacità di medico
  • l’ORDINE DEI MEDICI o il mio datore di lavoro potrebbero saperlo e questo metterebbe a repentaglio la mia carriera

Medscape Physician Burnout & Depression Report 2024: ‘We Have Much Work to Do’

Foto di Gadiel Lazcano su Unsplash

Il vissuto di malattia

Il vissuto di malattia

La competenza empatica di un professionista sanitario è strettamente correlata alla capacità di comunicare tenendo in primo piano la persona che si ha davanti (paziente, parente).

Parliamo quindi di comunicazione basata sulla persona.

Questo tipo di approccio comunicativo risale al 1986 quando fu fatta notare la distinzione tra la parola illness  e la parola disease. Per comodità di trattazione tradurremo le tue parole inglesi con le parole vissuto di malattia e patologia.

Nel modello di comunicazione centrata sulla persona è fondamentale distinguere tra patologia e vissuto di malattia, due dimensioni complementari ma profondamente diverse.

  • Con patologia (disease) intendiamo l’entità clinica riconosciuta dal professionista: segni e sintomi, eziopatogenesi, diagnosi e trattamento. È la prospettiva oggettiva, tecnica e scientifica con cui il sanitario interpreta la situazione.
  • Con vissuto di malattia (illness) ci riferiamo invece all’esperienza soggettiva della persona: emozioni, preoccupazioni, aspettative, bisogni, pensieri e tutto ciò che il paziente vorrebbe comunicare, anche quando fatica a farlo. È la storia personale che accompagna la condizione clinica e ne dà significato.

Integrare patologia e vissuto di malattia significa riconoscere che il paziente non porta solo una diagnosi, ma una esperienza unica che merita ascolto. Una comunicazione realmente centrata sulla persona nasce proprio dall’incontro tra i dati clinici e il mondo interno del paziente, mettendo in relazione le necessità terapeutiche con le esigenze emotive e relazionali.