Quando la leadership è tossica: manipolazione,  coercizione, pseudo-affiliazione

Quando la leadership è tossica: manipolazione, coercizione, pseudo-affiliazione

In psicologia e nelle scienze organizzative è solido parlare di stile di leadership, pattern relazionale o funzionamento interpersonale nei gruppi di lavoro

Utilizzerò in questo articolo diversi modelli teorici: Analisi Transazionale, Triangolo Drammatico di Karpman, psicologia delle organizzazioni, leadership tossica e tecniche di manipolazione cognitiva. La cosa interessante è che questi elementi sembrano integrarsi bene in un’unica cornice.

Cosa fanno questi leader ?

1 –  Creano intenzionalmente dipendenza. Non desidera collaboratori autonomi ma vuole persone che, progressivamente, perdano fiducia nelle proprie capacità decisionali e cerchino continuamente conferme: ogni autonomia rappresenta una perdita di controllo.

2 –  Frammentano il gruppo. Evitano che si sviluppino relazioni solide tra i membri del team e favoriscono rapporti individuali con ciascuno, alimentano differenze di trattamento, distribuiscono informazioni diverse a persone diverse. Infatti un gruppo unito sviluppa facilmente un Adulto collettivo mentre un gruppo frammentato è molto più controllabile.

3 – Gestisce l’incertezza in modo variabile. Le regole cambiano in funzione della convenienza del momento e quello che ieri era corretto oggi viene criticato. Questa imprevedibilità induce le persone a concentrare molte energie nel capire “che cosa vuole il capo“, riducendo la capacità di riflettere sugli obiettivi reali del lavoro.

4 – Confonde  relazioni e ruoli. Il dissenso professionale viene vissuto come un tradimento personale quindi una collaboratrice che propone un’idea diversa non viene percepita come una risorsa ma come qualcuno che mette in discussione il valore della leader.

5 – Costruisce una realtà narrativa. È qualcosa di più raffinato delle semplici menzogne: si selezionano fatti veri, si omettono quelli scomodi, si attribuiscono significati funzionali ai propri interessi. In questo modo si costruisce una narrazione coerente che appare credibile proprio perché contiene molti elementi reali.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale

La fase iniziale è dominata da un Genitore Affettivo “Apparente” perché la finalità non è la cura della persona ma la costruzione della fiducia necessaria alla successiva influenza. Il collaboratore risponde con il proprio Bambino Adattato Positivo: si sente accolto, valorizzato, protetto e abbassa le difese critiche.

Se il collaboratore attiva l’Adulto, pone domande, verifica dati, chiede spiegazioni o manifesta dubbi, il leader vive questa risposta come una minaccia e compare il Genitore Normativo Negativo, accompagnato da messaggi svalutanti, colpevolizzanti o intimidatori.

Dal punto di vista del Triangolo Drammatico di Karpman.

Il leader inizia come Salvatore, poi diventa Persecutore e quando incontra resistenza o rischia di perdere consenso assume il ruolo di Vittima, ricercando solidarietà e compassione. Il passaggio continuo fra questi ruoli genera forte confusione emotiva nel gruppo.

Cosa accade in un gruppo gestito da una leader manipolatrice e   coercitiva ?

L’effetto non riguarda solo i singoli perchè l’intero sistema organizzativo cambia funzionamento:

l’energia non viene più investita sul lavoro ma solo sulla previsione delle reazioni del leader: le riunioni diventano prudenti, i feedback diminuiscono, le idee innovative vengono trattenute.

Le persone imparano che esporsi è rischioso, fiorisce il conformismo e progressivamente il gruppo perde capacità critica. In psicologia delle organizzazioni questo fenomeno è vicino a ciò che viene definito clima di paura psicologica, cioè un ambiente nel quale esprimere dubbi o errori viene percepito come pericoloso.

Identifico quindi tre modelli di leadership tossica: integrati, complementari, coerenti

Leadership manipolativa relazionale

Uno stile di leadership caratterizzato dall’uso sistematico della relazione come strumento di controllo, attraverso alternanza di accoglienza, manipolazione cognitiva, intimidazione e vittimismo, finalizzata alla tutela degli interessi del leader più che degli obiettivi condivisi del gruppo.

Leadership manipolativa coercitiva

Modello di conduzione dei gruppi nel quale consenso, fiducia e potere vengono costruiti mediante controllo psicologico, gestione selettiva delle informazioni, svalutazione del dissenso e utilizzo alternato di comportamenti protettivi, persecutori e vittimistici.

Leadership pseudo-affiliativa

Qui il punto centrale è che l’affiliazione non nasce dalla volontà di costruire relazioni autentiche ma rappresenta uno strumento per ottenere obbedienza.

Se volessimo costruire un modello teorico, potrebbe essere articolato intorno a sette dimensioni.

1 – il controllo, con bisogno di dirigere decisioni, relazioni e informazioni.

2 –  la strumentalizzazione delle relazioni, nelle quali il valore dell’altro dipende dalla sua utilità.

3 – la manipolazione cognitiva, attraverso selezione delle informazioni, interpretazioni orientate e costruzione di narrazioni funzionali.

4 –  la rigidità identitaria, cioè la difficoltà ad accettare feedback, errori e punti di vista alternativi.

5 – la gestione del potere, utilizzato come mezzo di pressione più che come responsabilità.

6 – la mobilità nel Triangolo Drammatico, con passaggi frequenti tra Salvatore, Persecutore e Vittima.

7 – la produzione di dipendenza psicologica, che riduce progressivamente autonomia, senso critico e iniziativa dei collaboratori.

C’è un aspetto che considero particolarmente importante. Questo tipo di leadership non si mantiene perché tutti sono ingenui o manipolabili. Si mantiene perché sfrutta alcuni bisogni profondamente umani: il desiderio di appartenenza, il bisogno di riconoscimento, la ricerca di sicurezza e la paura dell’esclusione. È proprio questa capacità di rispondere inizialmente a bisogni autentici che rende il modello tanto efficace quanto dannoso.

Il tema centrale è il rapporto tra bisogno di appartenenza e bisogno di autonomia.

Il leader manipolativo prospera quando le persone hanno un forte bisogno di appartenere e un basso livello di autonomia psicologica. Quando invece il gruppo sviluppa un Adulto collettivo, cioè la capacità di confrontare dati, verificare informazioni, distinguere fatti da interpretazioni e dare spazio al dissenso rispettoso, la manipolazione perde efficacia.

Qualsiasi gruppo, indipendentemente dal genere dei suoi componenti, può diventare vulnerabile quando rinuncia al pensiero critico in nome dell’appartenenza.

Il potere e il valore del silenzio

Il potere e il valore del silenzio

Per ascoltare occorre innanzitutto saper rimanere in silenzio. Sembra facile, ma non lo è affatto. Saper rimanere in silenzio è una delle capacità più difficili da acquisire e da mettere in pratica, soprattutto durante una relazione o una conversazione con un’altra persona. Richiede una profonda consapevolezza di sé, la volontà di mettere temporaneamente le proprie esigenze dopo quelle dell’altro e, non da ultimo, la gestione della paura e dell’ansiache il silenzio spesso provoca.

Questo spiega perché, quando comunichiamo con qualcuno, abbiamo quasi sempre la tentazione di interrompere. La mente tende ad andare avanti, anticipando ciò che l’altra persona potrebbe dire e costruendo in anticipo una risposta a ciò che stiamo ascoltando. Per rimanere in silenzio è necessario imparare a gestire questi processi mentali interni: sospendere la propria opinione, mettere da parte il desiderio di intervenire subito e rimanere completamente presenti. Per molte persone questo comportamento è scomodo, se non addirittura spaventoso, perché implica rinunciare al controllo della conversazione e accettare di non guidare il dialogo come vorremmo.

Il maggiore ostacolo all’ascolto è infatti l’attività della nostra mente, che spesso, in modo incontrollato, ci allontana da ciò che l’altra persona sta realmente dicendo o pensando. Se mentre l’altro parla stiamo già formulando una possibile risposta, è evidente che questi pensieri ci distraggono e abbassano drasticamente il livello di attenzione. Il dialogo interno continua a ripeterci: “Come rispondo a questa cosa?”, “Come faccio a dimostrare che ho capito?”. Questo dialogo interno ostacola l’ascolto.

Per ascoltare davvero dobbiamo mettere in pausa questo dialogo interno, ricevendo il messaggio dell’altra persona senza interruzioni e nella sua complessità. È un grande atto di umiltà, perché ci chiede di riconoscere il valore di ciò che l’altro sta dicendo più del nostro bisogno di rispondere, intervenire o apparire competenti. In altre parole, ascoltare significa accettare di non essere immediatamente protagonisti.

La società in cui viviamo non favorisce né l’ascolto né la capacità di rimanere in silenzio. È una società che valorizza la prontezza nel rispondere e che fa percepire il silenzio come un segno di fragilità o di passività. Ci viene trasmessa l’idea che il silenzio possa essere interpretato come mancanza di interesse, insicurezza o addirittura ignoranza. Questo ci spinge a riempire ogni pausa con le parole, anche quando non sono necessarie.

La comunicazione mediatica moderna si basa su un ritmo frenetico di botta e risposta. Il linguaggio veloce dei social media premia chi parla più rapidamente e con maggiore incisività, lasciando poco spazio a pause e riflessioni. L’interruzione diventa la norma, mentre il silenzio è vissuto come un’assenza da evitare a tutti i costi. L’abilità nel “rispondere al volo” viene premiata, mentre il silenzio è etichettato come mancanza di reattività o segnale di debolezza. Il silenzio sembra un vuoto da colmare, qualcosa che mette paura.

Così, invece di ascoltare, pensiamo a come “tenere la scena”, riproponendo le dinamiche di un dibattito televisivo in cui la priorità è affermare se stessi, non comprendere l’altro. In questo contesto, il silenzio non è più uno spazio di relazione, ma un rischio da evitare.

La capacità di rimanere in silenzio e di ascoltare profondamente è una competenza imprescindibile per gli psicoterapeuti. I pazienti, infatti, comunicano molto anche attraverso ciò che non dicono esplicitamente. Queste comunicazioni possono essere colte solo nel silenzio, che permette a insicurezze, paure ed emozioni difficili di emergere e diventare consapevoli. Il silenzio diventa così uno spazio sicuro, in cui la persona si sente ascoltata e compresa in profondità.

Tuttavia, questa capacità non è importante solo per gli specialisti della salute mentale. Rimanere in silenzio è una competenza fondamentale per tutti, e può essere praticata e facilitata in modo graduale e non invasivo. Con il tempo, permette di comprendere che il silenzio non è un pericolo e che parlare non è sinonimo di potere. Spesso, è proprio il silenzio a rendere possibile un incontro autentico tra le persone.

Foto di Jackson Simmer su Unsplash

I canali comunicativi tra medico e paziente

I canali comunicativi tra medico e paziente

Le emozioni possono essere definite come risposte immediate e automatiche a uno stimolo, sia interno sia esterno. Si manifestano molto rapidamente, poiché sono sostenute dall’attivazione di circuiti sinaptici molto brevi. La generazione e la regolazione degli stati emotivi avvengono nel cosiddetto cervello antico, identificabile con il sistema limbico.

La corteccia cerebrale, invece, è poco sensibile alle emozioni, che raggiungono il livello della coscienza con grande difficoltà. In altre parole, spesso fatichiamo a riconoscere le emozioni che proviamo. Al contrario, le emozioni influenzano e modulano l’attività della corteccia cerebrale, condizionando sia i comportamenti sia i pensieri.

Ne consegue che, oltre a non riconoscere facilmente le nostre emozioni, non siamo neppure in grado di accorgerci quando pensieri e comportamenti sono influenzati da esse. Possiamo quindi affermare che la corteccia cerebrale è fortemente influenzata dal cervello antico, ma fatica a riconoscerne i segnali. Questo fenomeno diventa particolarmente evidente nelle situazioni di crisi e di conflitto, quando le emozioni risultano spesso confuse.

Quando gli esseri umani entrano in relazione e comunicano, si scambiano informazioni sia a livello corticale sia a livello del sistema limbico. La corteccia trasforma i pensieri in parole, che vengono articolate dagli organi fonatori e trasmesse all’altra persona, la quale le riceve attraverso l’udito. Questi segnali verbali vengono inviati alla corteccia cerebrale e possono a loro volta generare nuovi pensieri.

Il canale di comunicazione che collega le due cortecce cerebrali è definito canale di comunicazione verbale. Esso rappresenta una caratteristica distintiva della nostra specie.

La relazione e la comunicazione tra due persone generano però anche emozioni, che si manifestano prevalentemente attraverso segnali non verbali. Lo scambio di segnali non verbali è gestito dal sistema limbico e costituisce il canale di comunicazione non verbale, che prescinde dall’uso delle parole. Durante la relazione, quindi, i due canali comunicativi funzionano contemporaneamente.

A rendere più complesso questo schema comunicativo contribuisce il fatto che la corteccia cerebrale possiede la capacità di decodificare i segnali non verbali. Tale capacità si sviluppa spontaneamente nel corso della crescita e consente al bambino di riconoscere e integrare i segnali della comunicazione non verbale. Nell’età adulta questa competenza può essere ulteriormente affinata.

È inoltre importante ricordare che, durante la relazione comunicativa, la corteccia cerebrale riceve segnali interni provenienti dal proprio sistema limbico, il quale è a sua volta influenzato dai segnali non verbali emessi dal sistema limbico dell’altra persona. Questo spiega perché talvolta risulti difficile distinguere tra le emozioni proprie e quelle dell’altro, ovvero tra il proprio Sé e quello dell’interlocutore.

Trasferendo questi meccanismi comunicativi nella relazione sanitario–paziente, il sanitario riceve informazioni dalla corteccia cerebrale del paziente, le elabora e diventa così in grado di comprendere la situazione clinica. Allo stesso tempo, riceve informazioni emotive non verbali, che può decodificare ed elaborare a livello cognitivo.

Il flusso di informazioni provenienti dalla corteccia e dal sistema limbico del paziente, elaborate dalla corteccia del sanitario, costituisce il fondamento dell’empatia cognitiva. È importante sottolineare che riconoscere e comprendere cognitivamente le emozioni del paziente non implica necessariamente l’attivazione del proprio sistema limbico, né il provare le stesse emozioni del paziente.

L’attivazione del sistema limbico del sanitario può invece avvenire attraverso la comunicazione non verbale tra i due sistemi limbici — quello del paziente e quello del sanitario — e la successiva elaborazione corticale dei segnali emotivi interni. Questa è la condizione che possiamo definire di empatia emotiva.

Tale condizione presuppone necessariamente, da parte del sanitario, la capacità di distinguere le proprie emozioni da quelle del paziente.

Foto di Patty Brito su Unsplash

Contenziosi medico-legali in Sanità: gli errori dei medici

Contenziosi medico-legali in Sanità: gli errori dei medici

Le dinamiche relazionali tra medico e paziente possono condurre a insoddisfazione e successivamente a contenziosi medico-legali.

Possiamo individuare 4 grandi aree che strutturano l’esperienza dei pazienti: 

  • la comunicazione e la relazione
  • l’etica professionale
  • la qualità della cura percepita
  • I fattori di sistema

Comunicazione e relazione: il nodo centrale

La comunicazione emerge come la dimensione più complessa e determinante. Si articola in diversi aspetti, tutti sensibili:

Ascolto attivo e globale: molti pazienti riferiscono che il medico non ascolta veramente; ciò produce una frattura immediata.

Comunicazione sprezzante: il sentirsi “minimizzati” o ignorati è uno dei fattori più potenti nel generare reclami.

Comunicazione di brutte notizie: anche quando la notizia è grave, il problema non è il contenuto, ma il modo: tono brusco, mancanza di empatia, tempi non rispettosi della capacità del paziente di metabolizzare l’informazione.

Sul piano della trasparenza, il problema più ricorrente è un consenso informato percepito come inadeguato: rischi non esplicitati, procedure non spiegate in modo comprensibile, discrepanze tra ciò che il medico afferma e ciò che il paziente vive.

Sono forti anche le reazioni emotive rispetto alla mancanza di rispetto: sentirsi giudicati, etichettati, trattati con tono condiscendente o linguaggio insensibile. Anche episodi lievi, se sommati allo stress della malattia, diventano detonatori relazionali.

Etica professionale: fiducia, privacy, onestà

Il primo nucleo problematico riguarda la percezione di violazioni etiche, spesso lievi ma vissute come profonde. La confidenzialità appare un valore particolarmente sensibile: alcuni pazienti riferiscono di informazioni scorrette o delicate riportate in cartella senza consenso, oppure condivise con altri professionisti. Quando la privacy viene percepita come violata, l’intera relazione terapeutica perde stabilità.

Altro punto critico è la mancanza di onestà o di trasparenza: omissioni, comunicazioni incomplete, o discrepanze tra ciò che il medico afferma e ciò che il paziente scopre successivamente negli atti clinici. Anche se il gesto non è intenzionale, la percezione di “non verità” pesa più dell’errore tecnico.

Infine, molti pazienti lamentano l’assenza di coinvolgimento nelle decisioni: sentirsi derisi, poco considerati o spinti verso scelte non condivise produce frustrazione, senso di impotenza e perdita di dignità.

Qualità della cura percepita: negligenza e mancanza di attenzione

La qualità clinica, intesa però non come esito oggettivo ma come percezione soggettiva, è il secondo grande tema. Due le dimensioni critiche:

Negligenza percepita: il paziente interpreta alcuni comportamenti come superficialità o errori evitabili (allergie non controllate, esami incompleti, valutazioni affrettate).

Mancanza di interesse e preoccupazione percepita: la sensazione che il medico non sia realmente interessato a loro, che non dedichi tempo o attenzione, o che non sia presente nei momenti chiave.

Queste percezioni, più che la qualità tecnica effettiva, influenzano profondamente il sentimento di sicurezza e di fiducia.

 

Fattori di sistema: ciò che non dipende dal medico, ma che il paziente associa comunque a lui

Molti contenziosi nascono anche da elementi strutturali:

  • carenze di risorse
  • tempi di attesa eccessivi
  • difficoltà nel prenotare visite
  • tempi insufficienti durante le consultazioni

I pazienti non separano nettamente il medico dal sistema: se il percorso è farraginoso, l’esperienza negativa si riflette anche sulla relazione con il curante.

Anche in assenza di errori clinici, un reclamo nasce quasi sempre da una rottura del legame relazionale. Elementi come empatia, ascolto attivo, rispetto, chiarezza, condivisione delle decisioni, e trasparenza su rischi ed errori hanno un impatto più forte dell’expertise tecnica sulla soddisfazione del paziente.

La formazione dei medici deve investire molto di più su:

  • skills comunicative,
  • gestione delle emozioni
  • decisione condivisa
  • etica narrativa
  • attenzione all’esperienza percepita dal paziente: il vissuto di malattia

Infine, riconoscere l’influenza dei fattori di sistema è cruciale: per ridurre i reclami non basta “formare i singoli”, serve affrontare anche tempi, accessibilità, continuità, che pesano quanto le competenze comunicative.

Foto di Wesley Tingey su Unsplash

Il vissuto di malattia

Il vissuto di malattia

La competenza empatica di un professionista sanitario è strettamente correlata alla capacità di comunicare tenendo in primo piano la persona che si ha davanti (paziente, parente).

Parliamo quindi di comunicazione basata sulla persona.

Questo tipo di approccio comunicativo risale al 1986 quando fu fatta notare la distinzione tra la parola illness  e la parola disease. Per comodità di trattazione tradurremo le tue parole inglesi con le parole vissuto di malattia e patologia.

Nel modello di comunicazione centrata sulla persona è fondamentale distinguere tra patologia e vissuto di malattia, due dimensioni complementari ma profondamente diverse.

  • Con patologia (disease) intendiamo l’entità clinica riconosciuta dal professionista: segni e sintomi, eziopatogenesi, diagnosi e trattamento. È la prospettiva oggettiva, tecnica e scientifica con cui il sanitario interpreta la situazione.
  • Con vissuto di malattia (illness) ci riferiamo invece all’esperienza soggettiva della persona: emozioni, preoccupazioni, aspettative, bisogni, pensieri e tutto ciò che il paziente vorrebbe comunicare, anche quando fatica a farlo. È la storia personale che accompagna la condizione clinica e ne dà significato.

Integrare patologia e vissuto di malattia significa riconoscere che il paziente non porta solo una diagnosi, ma una esperienza unica che merita ascolto. Una comunicazione realmente centrata sulla persona nasce proprio dall’incontro tra i dati clinici e il mondo interno del paziente, mettendo in relazione le necessità terapeutiche con le esigenze emotive e relazionali.

The Solange effect

The Solange effect

Solange Fugger non è soltanto la più giovane responsabile di Pronto soccorso d’Italia: è soprattutto un personaggio perfetto per l’ecosistema social. Il suo profilo “Minerva Salute”, con centinaia di migliaia di follower e milioni di visualizzazioni, nasce dall’incontro fra tre elementi: una storia personale di successo precoce, la potenza narrativa del Pronto soccorso e il linguaggio iper-veloce di TikTok. Nei suoi video la medicina d’urgenza diventa una serie in pillole, fatta di casi clinici, notti in corsia, scelte al limite. Non è il dettaglio tecnico a catturare il pubblico, quanto l’adrenalina del racconto e l’accesso – per una volta – al “dietro le quinte” di un reparto che di solito resta invisibile.

Il suo successo, però, dice molto più dei singoli contenuti. Fugger incarna una figura di medico lontana dal modello tradizionale: giovane, dichiaratamente fuori dagli stereotipi, con un’immagine curata e un linguaggio che assomiglia più a quello dei creator che a quello dei trattati di medicina. È un mix potentissimo per una generazione di studenti e specializzandi che faticano a riconoscersi nei primari di un tempo e che nei social cercano soprattutto modelli con cui identificarsi, più che lezioni frontali.

In questo scenario l’engagement diventa la valuta principale. La medicina d’urgenza è perfetta per l’algoritmo: casi estremi, emozioni forti, vite appese a un filo. La linea che separa la divulgazione dalla spettacolarizzazione è sottilissima, come sottolineano molti addetti ai lavori nel dibattito sui medici influencer. Non è un caso che il caso Fugger sia stato usato più volte come esempio, in positivo e in negativo, di questa nuova stagione: da un lato la capacità di rendere “raccontabile” un lavoro che soffre di scarsa attrattività, dall’altro il rischio di semplificare eccessivamente messaggi complessi, trasformando il Pronto soccorso in un format da consumo rapido.

Il punto è che i numeri dei social non misurano la qualità scientifica, ma la capacità di stare dentro il frame dell’intrattenimento. Fugger ha intercettato una fame reale di narrazione sulla sanità, in un momento in cui ospedali e istituzioni non sanno o non vogliono comunicare il proprio lavoro. Il suo successo mediatico nasce esattamente qui: nell’aver riempito un vuoto comunicativo, più che un vuoto di contenuti clinici. È una medicina che funziona benissimo per lo schermo dello smartphone; ma il fatto che funzioni online non ci esonera dal porci una domanda scomoda: quanto di ciò che vediamo è davvero informazione sanitaria, e quanto è, semplicemente, storytelling che usa la medicina come scenografia?

L’empatia non è innata e può essere modificata

L’empatia non è innata e può essere modificata

Molte persone ritengono che l’empatia sia qualcosa di innato e geneticamente determinato e quindi che sia impossibile migliorare la propria empatia. Questo stereotipo è favorito dai contesti accademici dove la maggior parte dei docenti ignorano questo aspetto e ne trascurano l’importanza. Questo stereotipo è basato in gran parte sulla non conoscenza delle due macro aree in cui possiamo suddividere l’empatia: l’empatia emotiva e l’empatia cognitiva. L’empatia emotiva, che possiamo anche chiamare attitudine all’empatia,  è certamente connessa con i tratti di personalità delle persone ed influenzata dalle caratteristiche individuali e della propria storia. L’empatia Cognitiva, invece, è maggiormente o totalmente connessa ad aspetti cognitivi e quindi modificabili con l’apprendimento. Vale a dire che la competenza empatica è basata, almeno inizialmente, sulla empatia cognitiva. Tenendo presente la definizione di competenza e cioè la capacità di mettere in atto un comportamento specifico che tende ad un determinato obiettivo, possiamo affermare che l’apprendimento di una competenza è molto spesso più facile rispetto allo sviluppo o alla modifica di un’attitudine; il miglioramento delle competenze empatiche, e quindi il miglioramento dell’empatia cognitiva, è basato su tre punti fondamentali: 

1 – essere in grado di comprendere i punti di vista dell’altra persona

2 – saper praticare l’ascolto globale e attivo

3 – essere in grado di fornire nella relazione delle risposte empatiche. 

Il miglioramento di questi tre punti è un obiettivo totalmente realistico e raggiungibile con la Formazione. E’ senz’altro più semplice che sviluppare o modificare l’empatia affettiva per la quale può essere necessario un lavoro più profondo su se stessi andando a mettere mano su parti meno consapevoli della propria storia.

Foto di Aarón Blanco Tejedor su Unsplash

Emancipazione femminile e social media

Emancipazione femminile e social media

È fuori discussione che Chiara Ferragni rappresenta un modello di emancipazione femminile dell’era moderna in grado di costruire un impero imprenditoriale finanziario dal nulla. Ma questo modello ci pone degli interrogativi profondi sui valori trasmessi attraverso i social media come il successo basato sulla visibilità,  il bisogno compulsivo di performare nella vita e l’utilizzo di dinamiche familiari personali ai fini economici.

L’esempio della Ferragni, che sicuramente è stata una pioniera nell’utilizzo dei social media, ha ispirato molte persone e in particolare giovani donne. Ma quali sono stati i messaggi veicolati?

Innanzitutto, che è possibile avere successo soltanto esponendosi e rendendosi visibili: la Ferragni ha trasformato la sua vita privata in un prodotto commerciale come se la autenticità personale fosse una specie di merce o di servizio da vendere. Questo ha creato l’illusione che la chiave del successo nella vita sia solo la capacità di rendere la propria vita spettacolare e attraente sui social media mentre competenze e istruzione non contano nulla.

È il modello della cultura dell’apparenza, dove il valore dell’essere umano è misurato in base ai riscontri, cioè ai like e ai follower.

L’altro aspetto estremamente preoccupante e molto criticabile è l’esposizione dei piccoli figli sui social. C’è un problema di violazione della privacy in quanto i figli in quanto minori non hanno alcuna possibilità di dare il loro consenso ad essere pubblicamente esposti. L’immagine dei figli è stata commercializzata anche attraverso sponsorizzazioni. L’intera famiglia una vera e propria strumentalizzazione della famiglia: questo mettere i propri figli sotto i riflettori può avere delle drammatiche ripercussioni sul benessere psicologico dei bambini con rischi enormi legati ad un’alterazione della percezione del sé. Tutto ciò può fortemente influenzare altre persone a fare lo stesso e a provocare una sorta di epidemia di cattiva pratica sociale, culturale e antropologica.

Quando le decisioni dei genitori compromettono il diritto dei figli ad essere protetti, si tratta di un vero e proprio atto lesivo della autonomia e della dignità. Si tratta di una violenza simbolica e sociale negando ai bambini il diritto di scegliere la loro relazione con il mondo digitale e si attribuisce loro un ruolo pubblico che non è detto che corrisponda alla loro volontà futura.

Tutte queste considerazioni sono valide e potevano essere espresse anche prima del ben conosciuto caso del pandoro Balocco. Nel 2022 la Ferragni collabora con l’azienda dolciaria Balocco per promuovere un’edizione limitata di pandori e sembrava che parte dei proventi di questa vendita sarebbe stata destinata all’ospedale Regina Margherita di Torino per una ricerca scientifica. Ma in realtà è successivamente emerso che la donazione di 50.000 € era stata già fatta da Balocco mesi prima del lancio del prodotto e quindi non c’era alcun legame diretto con la vendita dei pandori; sembra pure che le società di Ferragni avrebbero incassato oltre 1 milione di euro dalla campagna e che questi soldi non avrebbero ulteriormente contribuito alla causa benefica. La Ferragni è stata sanzionata con una grossa multa per pubblicità ingannevole e nonostante i video di scuse della Ferragni in cui prometteva di devolvere 1 milione di euro in beneficenza, la Ferragni è attualmente indagata per truffa aggravata.

Sinceramente mi sembra una posizione indifendibile e che ha giustamente minato l’immagine pubblica della Ferragni e ha attirato critiche da ogni parte.

Il Bambino che c’è in noi

Il Bambino che c’è in noi

Mentre lo Stato dell’Io Genitore contiene la registrazione degli avvenimenti esterni al bambino, lo Stato dell’Io Bambino include le registrazioni degli avvenimenti interni cioè delle reazioni del bambino a ciò che vede e sente.

Queste reazioni consistono essenzialmente in emozioni e stati d’animo in quanto il bambino non è in possesso di strumenti cognitivi e intellettuali per decodificare e capire gli avvenimenti intorno a sé.

È importante tenere presente che nei primi anni di vita il bambino è in una condizione di impotenza totale: è piccolo, alla mercé degli altri, non controlla i suoi movimenti, non conosce e capisce le parole, non è in grado di costruire espressioni di senso compiuto.

In questo periodo che potremmo definire critico, il bambino invia continue richieste di aiuto incondizionato. Da un lato il bambino deve rispondere a bisogni primari come il bisogno di evacuare, di fare pipì, la fame, l’esplorazione, l’espressione dei propri stati d’animo, l’eccitazione dei primi movimenti e la scoperta di nuove cose. Dall’altro i genitori chiedono più o meno costantemente di rinunciare a queste soddisfazioni primarie offrendo come ricompensa la propria approvazione. L’approvazione da parte dei genitori è per il bambino un mistero totale in quanto non è in grado di istituire alcun rapporto certo di causa ed effetto.

Non è sorprendente, quindi, che di fronte a questo frustrante processo di socializzazione in un contesto poco comprensibile lo stato d’animo prevalente sia di tipo negativo. In termini di analisi transazionale possiamo affermare che il bambino è in una posizione esistenziale “io non sono ok“. Questa condizione di non ok è registrata in modo indelebile nello Stato dell’Io Bambino ed è un residuo del passaggio attraverso l’infanzia. Il Bambino non ok è presente in ogni persona anche nei figli di genitori buoni, amorevoli, indulgenti e disponibili. Questa condizione di non ok non è tanto determinata dal comportamento dei genitori quanto dalla condizione infantile di impotenza e inferiorità. Se i figli di genitori “bravi” si portano comunque il peso del non ok non è difficile immaginare quale fardello di dinamiche negative possano esistere nei figli di genitori negligenti, abusanti, maltrattanti e narcisisti.

Le registrazioni dello Stato dell’Io Bambino, come quelle dello stato dell’Io Genitore, possono essere rievocate rapidamente in qualsiasi momento della vita e in ogni tipo di relazione e comunicazione. E se la situazione reale del qui ed ora ricrea una qualche situazione infantile susciterà gli stessi stati d’animo ed emozioni che furono provate allora. In tutte le condizioni in cui non c’è alternativa o ci troviamo con le spalle al muro o pensiamo di non riuscire a sopravvivere lo Stato non ok del bambino originario viene riattivato e vengono rivissute le stesse emozioni. Si tratta di una versione aggiornata della depressione primaria del bambino.

Fortunatamente lo Stato dell’Io Bambino contiene però anche registrazione di dati positivi e piacevoli. La creatività, la curiosità, il desiderio di esplorare e di sapere, il bisogno impellente di toccare, sentire e sperimentare vengono registrati come stati d’animo esaltanti e piacevoli. Nello Stato dell’Io Bambino vengono registrate tutte le prime meravigliose esperienze, tutte le prime volte della vita del bambino, tutte le avventure stupende ripetute più di una volta. Il dondolio ritmico della culla, la sensazione di una soffice coperta, le sensazioni favorevoli agli eventi positivi.; è il bambino felice e spensierato che rincorre le farfalle o la bambina col volto cosparso di Nutella.

In definitiva le persone emergono dall’infanzia con un bagaglio enorme di esperienze registrate nello Stato dell’Io Genitore e nello Stato dell’Io Bambino in modo incancellabile. È giusto quindi domandarsi quali speranze le persone hanno per cambiare e sganciarsi dal passato.

Foto di Senjuti Kundu su Unsplash

La memoria emotiva

La memoria emotiva

I meccanismi della memoria

Tutto ciò di cui siamo coscienti è registrato con precisione e quindi immagazzinato nel cervello e può essere rievocato al bisogno.

Probabilmente il fatto più sorprendente di questi meccanismi di memorizzazione è il fatto che oltre agli avvenimenti e alle esperienze vengono registrate e immagazzinate anche le emozioni legate a quegli avvenimenti. Un certo avvenimento e l’emozione collegata sono inestricabilmente connessi e non possono essere separati cioè è impossibile rievocare un avvenimento senza rievocare anche l’emozione legata.

Ancora più sorprendente è il fatto che a volte l’emozione collegata a un antico avvenimento registrato nel cervello può emergere senza ricordo cosciente dell’avvenimento. Facciamo un esempio.

Un paziente mi raccontò una volta che passando davanti a un negozio di strumenti musicali udì una melodia che causò immediatamente uno stato di tristezza opprimente. Il paziente si era sentito invaso da una potente malinconia a cui non sapeva dare alcuna spiegazione. Nessun pensiero cosciente poteva giustificare l’insorgenza di quella forte emozione. Alla domanda se quella melodia poteva ricordare qualche fatto del passato, il paziente negò affermando di non riuscire a porre minimamente in relazione quella melodia con la propria tristezza. Dopo circa una settimana lo stesso paziente mi telefona per dirmi che continuando a canticchiare ripetutamente la melodia si era improvvisamente ricordato di sua madre seduta al pianoforte intenta a suonare quella melodia. La madre del paziente era morta quando egli aveva solo cinque anni e a quel tempo ciò provocò una grave depressione durata a lungo nonostante i tentativi compiuti dalla famiglia per trasferire l’affetto per la madre su una zia che aveva assunto il ruolo materno. Prima di quel giorno in cui era passato davanti al negozio di musica il paziente non si era mai ricordato di aver udito quella canzone né che la madre l’aveva suonata. Chiesi al paziente se la rievocazione di quel ricordo infantile avesse per caso liberato dalla depressione; mi rispose che la natura del suo stato d’animo era cambiata: il ricordo della morte della madre causava ancora un forte senso di tristezza ma non si trattava più di una disperazione opprimente che aveva provato a suo tempo.

Questo caso mette chiaramente in evidenza come le emozioni collegate agli avvenimenti del passato vengono archiviate insieme al ricordo dell’avvenimento e possono addirittura emergere indipendentemente dall’avvenimento primario. È importante sottolineare che siamo di fronte a una reviviscenza dello stato d’animo cioè si riprovano le stesse sensazioni provate ad allora.

La registrazione di questi ricordi rimane intatta anche se viene meno la capacità di rievocarli .Il cervello opera come un vero e proprio registratore ad alta fedeltà incidendo su nastri “neurologici”ogni esperienza dal momento della nascita e forse anche prima.

Queste esperienze registrate e le emozioni associate ad esse possono essere rievocate nel qui ed ora con la stessa forma incisiva in cui avvennero allora. Queste esperienze possono non solo essere rievocate ma anche rivissute cioè non è solo il ricordo dello stato d’animo ma anche una vera e propria reviviscenza di quello che si era provato allora.

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