Disinformazione sanitaria sui social: dove sono gli Ordini professionali?

Disinformazione sanitaria sui social: dove sono gli Ordini professionali?

Siamo di fronte a una tragedia sanitaria e culturale: medici che diffondono informazioni false e pericolose per la salute pubblica.

Affermare che l’esposizione ai raggi ultravioletti protegge dal melanoma, che il sole, essendo naturale, non possa fare male e che le creme solari siano inutili, tossiche o capaci di avvelenare l’organismo significa suggerire una condotta sanitaria potenzialmente molto pericolosa.

Questa non è una discussione astratta. Chi ascolta potrebbe ridurre la protezione, aumentare l’esposizione al sole, trascurare una lesione sospetta o ritardare una visita medica. Un contenuto pubblicato sui social può quindi trasformarsi in un comportamento concreto e produrre conseguenze sulla salute.

Sulla possibile violazione del Codice deontologico medico c’è poco da discutere. L’articolo 55 stabilisce che l’informazione sanitaria deve essere accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, oltre che fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite. Il medico non deve divulgare notizie capaci di alimentare aspettative o timori infondati e, più in generale, informazioni idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale.

Lo stesso Codice chiarisce che l’informazione sanitaria diffusa con qualsiasi mezzo deve essere veritiera, corretta e mai ingannevole. L’ambiente social, dunque, non è uno spazio deontologicamente neutro. Il medico continua a essere medico anche quando parla davanti alla videocamera del proprio telefono.

Le raccomandazioni della FNOMCeO sull’uso responsabile dei social sembrano essere state largamente disattese da una parte dei professionisti.

La domanda diventa inevitabile: dove sono gli Ordini professionali?

Gli Ordini hanno una funzione istituzionale di vigilanza deontologica e disciplinare. Attualmente, però, il sistema sembra attivarsi soprattutto in seguito a una segnalazione. Manca una sorveglianza sistematica ed efficace sulla comunicazione pubblica degli iscritti, anche quando i contenuti sono ripetuti, facilmente documentabili e raggiungono un pubblico molto ampio.

Anche il sistema degli esposti presenta un problema. Chi segnala una possibile violazione spesso non viene informato sull’esito del procedimento. Questa assenza di riscontro può diventare fortemente disincentivante e alimentare l’impressione che la segnalazione non abbia prodotto alcun effetto.

Non penso a un controllo preventivo generalizzato su tutti i profili social dei medici. Sarebbe difficilmente sostenibile e solleverebbe seri problemi rispetto alla libertà di espressione.

Penso al monitoraggio sistematico dei profili social gestiti da medici con un numero di follower rilevante: superiore ai 50 K ad esempio. Questo restringe l’obiettivo e diventa sostenibile.

Questa difficoltà, però, non può giustificare l’inerzia davanti a contenuti pubblici, reiterati e potenzialmente dannosi. Serve una vigilanza sul corretto uso dell’autorevolezza professionale.

Il medico è probabilmente il professionista sanitario con la maggiore capacità di orientare l’opinione pubblica. Quando diffonde una falsa informazione, il danno potenziale è amplificato dalla fiducia collegata al titolo professionale.

Il fenomeno diventa ancora più rilevante quando il professionista possiede decine o centinaia di migliaia di follower. Il numero dei destinatari aumenta la capacità del contenuto di modificare i comportamenti. Per questo sarebbe sostenibile concentrare l’osservazione sui medici influencer con una particolare visibilità e sui contenuti che riguardano direttamente prevenzione, diagnosi e trattamenti.

Maggiore è il potere comunicativo, maggiore deve essere la responsabilità deontologica.

Il medico influencer usa pubblicamente il proprio titolo, raggiunge migliaia o milioni di persone e può fornire indicazioni relative alla salute e alla prevenzione. Quando contraddice evidenze scientifiche consolidate senza dichiarare l’incertezza e induce comportamenti potenzialmente dannosi, usa la propria autorevolezza in modo incompatibile con la funzione sociale della professione.

Resta poi il problema della possibile rilevanza penale.

La diffusione di false informazioni sanitarie non configura automaticamente un reato. In determinate circostanze potrebbe essere valutato l’articolo 656 del Codice penale, che punisce la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose idonee a turbare l’ordine pubblico. La sua applicazione richiede però una concreta idoneità del messaggio a produrre tale turbamento e non coincide automaticamente con la semplice pericolosità sanitaria.

Può essere richiamato anche l’abuso della credulità popolare previsto dall’articolo 661, quando esista una vera impostura, cioè un comportamento intenzionalmente ingannevole rivolto a un numero indeterminato di persone. Questa fattispecie è oggi soggetta a una sanzione amministrativa e richiede comunque presupposti specifici.

Il quadro potrebbe diventare più grave qualora una persona, fidandosi del messaggio diffuso da un medico, aumentasse deliberatamente l’esposizione solare, rinunciasse alla prevenzione o ritardasse una diagnosi e subisse un danno.

In presenza di una lesione potrebbero essere ipotizzate le lesioni personali colpose. In caso di morte, in una situazione estrema, potrebbe essere valutato l’omicidio colposo.

Servirebbe una prova molto rigorosa del nesso causale. Occorrerebbe dimostrare che proprio quel messaggio ha determinato il comportamento pericoloso e che tale comportamento ha prodotto la malattia, l’aggravamento o la morte.

La difficoltà della prova penale non riduce però la responsabilità deontologica.

Gli Ordini non devono aspettare che qualcuno si ammali o muoia. La loro funzione dovrebbe essere anche preventiva: tutelare la popolazione dall’uso improprio del titolo professionale e impedire che la credibilità della medicina venga utilizzata per rendere convincenti informazioni false.

Quando un medico trasforma la propria autorevolezza in uno strumento di disinformazione, il problema riguarda l’intera professione.

E il silenzio degli Ordini rischia di diventare parte del problema.

I soccorritori volontari non sono più appropriati per l’emergenza territoriale ?

I soccorritori volontari non sono più appropriati per l’emergenza territoriale ?

Cioè: l’aumento della complessità clinica e decisionale rende oggi insufficiente un equipaggio composto esclusivamente da soccorritori non sanitari ?

Questo è uno dei temi che emerge nella discussione che ha seguito la tragica morte di Abderrahim  Fakir. Questo pensa il presidente di un’importante società scientifica che rappresenta molti operatori dei sistemi 118. Questo pensano molti professionisti sanitari e anche molte persone non addette ai lavori. 

La situazione in Italia è la seguente: l’unica regione in cui il mezzo di soccorso ordinario è almeno composto da Infermiere più autista soccorritore è la Regione Lazio. Nella regione Lazio operano le associazioni di volontariato ma non gestiscono mezzi di emergenza con equipaggio costituito esclusivamente da soccorritori non sanitari. Tutte le altre regioni prevedono l’invio di mezzi con solo soccorritori non sanitari anche se con rilevanza e modalità diverse. Lombardia, Toscana, Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Trentino Alto Adige, Sardegna utilizzano un sistema in cui la centrale operativa può inviare, in relazione alla gravità del caso, un mezzo con solo soccorritori non sanitari. Le altre regioni hanno modelli diversi anche all’interno della stessa regione. 

Ma perché in Italia l’utilizzo dei soccorritori volontari non sanitari è così diffuso? Premetto subito che questa scelta non nasce da evidenze scientifiche che dimostrino la sua superiorità clinica ma da un misto di fattori che includono storia, cultura, disponibilità di risorse umane e sostenibilità economica. 

La storia. Quando agli inizi degli anni 90 nasce il sistema 118, il territorio era già coperto da una rete molto estesa di servizi di volontariato: Misericordie, Pubbliche Assistenze, Croce Rossa e altre. In molte regioni d’Italia questo sistema garantiva già il trasporto sanitario e quindi fu deciso di costruire un sistema integrando quello che già esisteva. 

Le risorse economiche. Probabilmente questo è il fattore più determinante. Mantenere un’ambulanza H 24 con personale dipendente a un costo molto più elevato rispetto a quelli costituiti da volontari formati. Per garantire un mezzo con volontari formati le spese sono: i mezzi, la formazione, le assicurazioni, le convenzioni con le associazioni. Niente a che vedere con i costi immensi per il personale dipendente. È difficile quantificare questo risparmio a livello nazionale, ma è ragionevole pensare che senza il volontariato molte regioni avrebbero dovuto aumentare in modo significativo il finanziamento dell’emergenza territoriale oppure ridurre il numero delle postazioni riducendo grandemente l’efficienza del sistema. Disponibilità di risorse umane. Da molti anni il sistema di emergenza territoriale non costituisce più un’attrattiva sia per i medici che per gli infermieri. Addirittura si assiste ad una fuga in massa dai sistemi 118 verso altre realtà sanitarie. 

Copertura del territorio. In molte aree montane rurali o scarsamente popolate sarebbe molto difficile mantenere un numero sufficiente di mezzi se ogni ambulanza dovesse avere personale sanitario o dipendente. L’associazioni locali invece garantiscono una presenza capillare che il servizio pubblico da solo non potrebbe fare. 

Infine in Italia non esiste la figura professionale del paramedico come invece esiste in molte nazioni europee e questo aspetto è fondamentale. Il paramedico è un professionista sanitario con formazione specifica pre ospedaliera che può eseguire manovre procedure invasive, può somministrare farmaci secondo protocolli e che quindi cancella la necessità del medico sul territorio. 

Cultura del volontariato. In Italia c’è una fortissima tradizione di volontariato probabilmente unica in Europa. Ad esempio, in Toscana le Misericordie esistono dal medioevo mentre in Liguria le Pubbliche Assistente esistono da più di un secolo. E quindi normale che le regioni hanno valorizzato un patrimonio sociale già presente.

La domanda scomoda è: il volontariato è ancora il modello migliore nel 2026? Negli ultimi trent’anni sono cambiate molte cose ad esempio è aumentata l’età media della popolazione, la complessità clinica dei pazienti, le responsabilità professionali e le competenze richieste sul territorio hanno posto sempre maggiori difficoltà nel reperire volontari disponibili a garantire turni continuativi. 

Molti pensano che il modello basato sui soccorritori volontari diventa sempre meno sostenibile  ed efficace e che l’evoluzione naturale debba andare verso una maggiore professionalizzazione dell’emergenza territoriale. 

Altri invece continuano a sostenere che questo modello è il miglior compromesso tra efficacia clinica, copertura territoriale e sostenibilità economica. 

Io penso che il disinteresse mostrato dal potere e dalla politica riguardo alla sanità e in particolare riguardo all’emergenza territoriale, rende di fatto impossibile un passaggio verso un modello con maggiore professionalità sanitaria che inevitabilmente comporterebbe investimenti economici che al momento non sono disponibili, o meglio, non sembrano disponibili.

La Noità, cioè l’Adulto collettivo, che annulla i leader tossici

La Noità, cioè l’Adulto collettivo, che annulla i leader tossici

Descrivere il funzionamento del leader tossico, svelarne le dinamiche, capire le tattiche manipolatorie è il primo passo per avere un antidoto alla sua tossicità.

Condizione necessaria, ma non sufficiente.

Qualcuno pensa che questi leader tossici, prima o poi, crollino o vengano bloccati. È vero. Ma perché, a volte, perdono il controllo manipolatorio sul gruppo?

Ricordiamo come funziona un leader tossico.

Il leader manipolativo esercita il proprio potere attraverso tre strategie di controllo: dell’informazione, delle relazioni e delle interpretazioni.

Se ogni membro del gruppo vive queste esperienze da solo, ciascuno pensa: “Forse sono io ad aver capito male.””Forse esagero.” “Forse gli altri la pensano diversamente.” Il leader mantiene così il monopolio della realtà.

Il leader tossico divide il gruppo perché la frammentazione impedisce la verifica reciproca della realtà: ogni membro riceve informazioni diverse e pensa di essere l’unico ad avere dubbi.

E non basta neanche che singoli e isolati componenti del gruppo attivino il proprio Adulto. Serve che nasca e si attivi l’Adulto Collettivo.

Tre persone si confrontano su un problema organizzativo e di lavoro: una racconta una mail ricevuta, un’altra riferisce una riunione, una terza porta un documento. Le informazioni vengono incrociate, le incongruenze emergono, le manipolazioni diventano riconoscibili.

La realtà torna a essere costruita dal gruppo e il leader perde il controllo della narrazione.

Cioè la Noità, la presenza del senso del Noi nel gruppo che agisce e si sente in team, diventa l’antidoto più potente alla tossicità della leadership. È la Noità protettiva fondata sull’Adulto.

Definisco Noità la percezione condivisa del Noi, cioè la capacità di un gruppo di pensare, verificare la realtà e decidere insieme attraverso l’Adulto collettivo

Un gruppo può essere molto unito e, contemporaneamente, essere completamente assoggettato al leader. In quel caso la Noità diventa conformismo, pensiero unico, chiusura verso l’esterno. Irving Janis parlava di groupthink, cioè di una coesione così elevata da compromettere il pensiero critico.

Serve invece una Noità che conserva la capacità di ragionare, nella quale le persone confrontano i dati, verificano i fatti e si autorizzano reciprocamente a esprimere dubbi.

Quindi il vero avversario del leader tossico non è il collaboratore coraggioso, ma il gruppo che comincia a pensare insieme.

Il leader può facilmente isolare una persona forte, descriverla come problematica, screditarla oppure trasformarla in un capro espiatorio.

Quando invece il gruppo sviluppa una lettura condivisa della realtà, il costo della manipolazione aumenta enormemente.

Molte persone pensano che abbandonare il gruppo gestito da un leader tossico sia l’unico elemento protettivo. Non sempre è possibile. Ci sono persone che non possono cambiare lavoro, ci sono vincoli economici, ci sono responsabilità familiari, ci sono professioni molto specialistiche.

Quando il gruppo non riesce a sviluppare una consapevolezza condivisa, il leader mantiene il controllo della narrazione e la probabilità di modificare il sistema diventa molto bassa. In queste condizioni, l’allontanamento dal contesto organizzativo rappresenta spesso la strategia più efficace di tutela della salute psicologica e professionale.

La leadership manipolativa distruttiva prospera nell’isolamento dei singoli, ma si indebolisce quando un gruppo sviluppa una Noità fondata sull’Adulto, condivide le informazioni, verifica la realtà e protegge il diritto di ciascuno a esprimere dubbi senza timore.

È questo il meccanismo psicologico e organizzativo attraverso cui un gruppo può recuperare la propria autonomia.

La crisi della medicina generale territoriale: pazienti vs medici

La crisi della medicina generale territoriale: pazienti vs medici

1. Introduzione

Il presente report analizza un corpus di commenti raccolti a seguito della pubblicazione di un contenuto sulla riforma della medicina generale territoriale.
L’obiettivo è comprendere in modo strutturato il vissuto percepito sia dai cittadini sia dai medici di medicina generale (MMG), al fine di individuare criticità, convergenze e implicazioni per il processo di riforma.

I commenti rappresentano un materiale qualitativo ad alta intensità emotiva, utile per cogliere dinamiche profonde di fiducia, aspettativa e crisi del sistema.

2. Analisi lato utenti (cittadini/pazienti)

2.1 Perdita del medico come riferimento

Il tema dominante è la percezione di una rottura del rapporto fiduciario.

Esempi:

  • “non sa nulla di me… la aggiorno io” 
  • “oggi servono solo per le ricette” 
  • “non è più il riferimento di nessuno” 

Il medico di famiglia non è più percepito come figura che conosce e accompagna il paziente, ma come presenza intermittente e impersonale.

2.2 Riduzione dell’attività clinica percepita

Molti utenti descrivono un’esperienza di assenza di visita e di presa in carico clinica.

Esempi:

  • “non visita mai” 
  • “ti manda in PS senza guardare” 
  • “ascolta seduto e dà lo sciroppino” 

Il medico viene percepito come distante dalla dimensione clinica diretta.

2.3 Problemi di accesso

Emergono criticità concrete nell’accessibilità:

  • tempi lunghi per appuntamenti
  • difficoltà di contatto
  • assenza di disponibilità immediata

Esempi:

  • “devo aspettare almeno 10 giorni” 
  • “appuntamento tra 18 giorni” 

Questo contribuisce direttamente all’aumento degli accessi impropri al pronto soccorso.

2.4 Trasformazione del ruolo in funzione amministrativa

Molti commenti indicano una trasformazione percepita del ruolo:

  • da medico a prescrittore
  • da clinico a burocrate

Esempi:

  • “è diventato un amministrativo” 
  • “solo ricette e certificati” 

2.5 Nostalgia del modello passato

È fortemente presente una idealizzazione del medico del passato.

Esempi:

  • “fiducia immensa… mentore silenzioso” 
  • “veniva a casa finché non guarivamo” 

Questa memoria rappresenta un riferimento emotivo e culturale molto potente.

2.6 Rabbia e delegittimazione

In molti casi emerge una perdita di fiducia accompagnata da rabbia:

  • “inutile come un…” 
  • “possono anche sparire” 

Questa dinamica segnala una crisi avanzata del rapporto medico–paziente.

3. Analisi lato medici di medicina generale

3.1 Sovraccarico lavorativo

I medici descrivono una condizione di pressione continua e crescente.

Esempi:

  • “1500 accessi mensili” 
  • “arriverò a 10 ore al giorno” 

Il carico di lavoro è percepito come incompatibile con una relazione clinica adeguata.

3.2 Espansione della domanda

Viene segnalato un aumento esponenziale delle richieste:

  • contatti multipli (telefono, mail, app)
  • aspettative crescenti

Esempio:

  • “la domanda è decuplicata” 

3.3 Burocratizzazione del lavoro

Molti medici descrivono la trasformazione del ruolo:

  • aumento attività amministrative
  • riduzione del tempo clinico

Esempi:

  • “siamo diventati burocrati” 
  • “tempo sottratto alla clinica” 

3.4 Demotivazione e fuga dalla professione

Emergono segnali di crisi profonda:

  • intenzione di cambiare specialità
  • dimissioni in caso di riforma

Esempi:

  • “rifarò il test per la specialità” 
  • “mi dimetterei il giorno dopo” 

3.5 Conflitto con i pazienti

I medici percepiscono:

  • richieste inappropriate
  • mancanza di rispetto

Esempi:

  • “tutti pretendono” 
  • “mancanze di rispetto” 

3.6 Difesa della complessità professionale

Molti interventi sottolineano la distanza tra percezione pubblica e realtà:

  • complessità clinica
  • vincoli normativi
  • limiti organizzativi

4. Aree di convergenza tra utenti e medici

Nonostante il conflitto, emergono elementi condivisi:

4.1 Mancanza di tempo clinico

  • utenti: “non visita”
  • medici: “non ho tempo”

4.2 Sovraccarico del sistema

  • PS congestionati
  • medicina territoriale fragile

4.3 Inadeguatezza del modello attuale

Entrambi riconoscono che il sistema non funziona più come dovrebbe.

5. Aree di conflitto

5.1 Attribuzione delle responsabilità

  • utenti → colpa del medico
  • medici → colpa del sistema

5.2 Aspettative

  • utenti → modello relazionale tradizionale
  • medici → realtà organizzativa attuale

5.3 Percezione del lavoro

  • utenti → ridotto/improduttivo
  • medici → eccessivo/insostenibile

6. Nodi strutturali emersi

Dall’analisi emergono cinque criticità principali:

  1. Crisi del tempo clinico
  2. Eccesso di carico assistenziale
  3. Burocratizzazione della professione
  4. Erosione della fiducia reciproca
  5. Crisi dell’identità del medico di famiglia

7. Implicazioni per la riforma

I dati qualitativi suggeriscono che una riforma efficace deve:

  • ricostruire continuità relazionale
  • garantire tempo clinico reale
  • ridurre la pressione burocratica
  • integrare il medico in un sistema organizzato senza annullarne il ruolo fiduciario

8. Conclusioni

L’analisi evidenzia che la crisi della medicina generale non è solo organizzativa, ma anche:

  • relazionale
  • culturale
  • identitaria

Il dato più rilevante è che utenti e medici descrivono lo stesso problema da prospettive opposte.

Il sistema attuale produce una condizione in cui:

  • il medico non riesce più a essere ciò che il paziente si aspetta
  • il paziente non riconosce più il ruolo del medico

La riforma dovrà quindi affrontare non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche la ricostruzione del patto fiduciario che è alla base della medicina generale.

La motivazione si erode, non scompare

La motivazione si erode, non scompare

Aggressioni ai professionisti sanitari: davvero bastano più pene e più polizia ?

Aggressioni ai professionisti sanitari: davvero bastano più pene e più polizia ?

Le aggressioni ai professionisti sanitari sono sempre più frequenti. Il tema è diventato pubblico, discusso, a tratti polarizzato. C’è chi invoca più sicurezza, chi chiede pene più severe, chi punta sulla formazione.

Ma come viene percepito davvero il problema da chi lavora nella sanità e da chi la utilizza?

Un piccolo survey, condotto tra professionisti sanitari e cittadini, prova a rispondere con una piccola fotografia che mostra cose interessanti.

Cosa viene considerato davvero prioritario

La prima domanda è semplice. Qual è la priorità per prevenire le aggressioni ? Le risposte non vanno tutte nella stessa direzione. Ho chiesto di scegliere una delle seguenti opzioni:

1 – il miglioramento del benessere psicologico degli operatori al fine di possedere risorse psicologiche per la corretta gestione delle situazioni di conflitto e aggressività

2 – Il miglioramento della funzionalità del sistema sanitario pubblico

3 – Il rafforzamento della protezione da parte delle forze dell’ordine

4 – L’inasprimento delle pene per chi commette violenza verso i sanitari

5 – La formazione sulle tecniche relazionali di de-escalation 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa emerge ?

La priorità è il benessere psicologico degli operatori. Subito dopo arriva il funzionamento del sistema sanitario. Solo dopo compaiono le forze dell’ordine e, ancora più indietro, l’inasprimento delle pene. La formazione sulla de-escalation è all’ultimo posto.

Che cosa ci sta dicendo questo dato ?

Le aggressioni non vengono vissute principalmente come un problema di ordine pubblico. Vengono vissute come un problema di tenuta del sistema e delle persone che ci lavorano dentro.

Chi lavora dentro e chi guarda da fuori: due sguardi diversi

Gli infermieri, più esposti al contatto diretto e continuo con pazienti e familiari, indicano soprattutto il bisogno di risorse psicologiche. I medici, nel campione, spingono ancora di più su questa dimensione.

E i cittadini ? I cittadini vedono altro. Vedono prima di tutto il sistema che non funziona. Tempi lunghi, attese, difficoltà di accesso, comunicazione inefficace.

Quindi le aggressioni sono un problema di persone o un problema di contesto ?

Presenza di corsi di formazione nella propria organizzazione

Alla domanda sulla presenza di corsi di prevenzione delle aggressioni:

Sì: 23 risposte, 35,9%
No: 41 risposte, 64,1%

Questo dato, da solo, è già pesante. Quasi due terzi dicono che nella propria organizzazione non ci sono corsi.

La formazione: necessaria, ma non sufficiente

Un dato merita attenzione. Solo poco più di un terzo dei rispondenti dichiara che nella propria organizzazione esistono corsi di formazione sulla prevenzione delle aggressioni. E cosa succede quando si incrocia questo dato con le priorità?

Dove i corsi non ci sono, la formazione viene desiderata. Dove i corsi ci sono, non viene percepita come la leva principale.

La formazione da sola non basta. Se il sistema resta disfunzionale, se i carichi sono eccessivi, se manca il supporto organizzativo, insegnare tecniche di de-escalation non risolve il problema

Le parole dei partecipanti: cosa dicono i commenti liberi

l primo tema, il più forte, è la critica al sistema sanitario che compare in circa un terzo dei commenti. Si parla di carenza di personale, tempi, organizzazione inefficiente, strutture obsolete, assenza di vie di fuga, mancanza di protezioni, territorio debole, ospedale lasciato solo. In molti commenti il messaggio è questo: l’aggressione esplode dove il sistema fallisce.

Il secondo tema è il carattere multifattoriale del problema. Molti  commenti dicono apertamente che una sola risposta non basta.  Per loro servono insieme sistema, formazione, sicurezza e sanzione.

Il terzo tema è il problema culturale. Si parla di peggioramento del clima sociale, pretesa del “tutto e subito”, rabbia diffusa, scarsa tolleranza alla frustrazione, maleducazione, deterioramento del rapporto con le istituzioni. Alcuni collegano questo al post-Covid. In sostanza: non c’è solo una criticità sanitaria, c’è una trasformazione del contesto sociale.

Un quarto tema riguarda la richiesta di pene più severe quasi mai in forma isolata. Di solito le pene compaiono dentro una visione più complessa, non come soluzione unica.

Un quinto tema riguarda la de-escalation e la comunicazione: diversi rispondenti dicono che funziona solo in una parte dei casi: quando la persona è molto alterata, sotto sostanze, o già in escalation piena, il dialogo può non bastare.

C’è poi un nucleo molto interessante di commenti sulla violenza organizzativa interna. Un rispondente parla apertamente di leadership tossiche, mobbing, ricatto, incompetenza dei coordinatori, mancata tutela dell’assetto psicologico del personale. Un altro racconta di aver subito aggressione e di aver ricevuto scarso supporto organizzativo. Questo allarga molto il campo. L’aggressione non è solo quella del paziente o del familiare. Per alcuni il clima organizzativo stesso è una forma di aggressione.

Altri commenti insistono sulla sicurezza strutturale. Non solo vigilanza, ma pulsanti di allarme, vie di fuga, ambienti pensati per proteggere chi lavora. Cioè non semplice presenza delle forze dell’ordine ma prevenzione ambientale.

Infine c’è un tema delicato ma cruciale: alcuni commenti dicono, in sostanza, “non giustifico la violenza, ma capisco la rabbia”: una parte dei rispondenti riconosce la sofferenza e la frustrazione dei cittadini, soprattutto quando incontrano un sistema percepito come inefficiente o disumanizzante. Questo non assolve l’aggressione però spiega perché il tema del sistema pesa così tanto.

Un cambio di prospettiva

Le aggressioni non sono solo episodi ma segnali

– di un sistema sotto pressione
– di operatori che faticano a reggere
– di cittadini che vivono frustrazione e perdita di fiducia

In questo contesto, chiedere solo più pene o più sicurezza rischia di essere una risposta parziale.

Serve anche questo? Probabilmente sì. Ma basta? La risposta che emerge è chiara. No.

Pratica clinica e giudizio legale: il conflitto epistemologico

Pratica clinica e giudizio legale: il conflitto epistemologico

Negli ultimi anni si osserva una crescente esposizione mediatica degli eventi avversi in sanità. Casi clinici complessi, spesso già oggetto di accertamento giudiziario, vengono portati nello spazio pubblico con una risonanza crescente. Il fenomeno viene giustificato in nome della trasparenza e del diritto dei cittadini a essere informati.

Ma è davvero così semplice ? La maggiore visibilità degli errori sanitari produce automaticamente un miglioramento del sistema ?

Il diritto dei pazienti a tutelarsi non si tocca. Il ruolo fondamentale dell’informazione non si tocca. Il problema è un altro: comprendere quali effetti produce, a livello sistemico, il modo in cui questi eventi vengono selezionati e raccontati.

La pratica clinica e il giudizio legale si muovono su piani profondamente diversi. Il medico decide in condizioni di incertezza, spesso in tempi rapidi, sulla base di informazioni incomplete e in contesti ad alta complessità. Il perito e gli avvocati, al contrario, fanno una analisi retrospettiva: ricostruiscono i fatti a posteriori, comodamente seduti davanti ad un PC, con il supporto di consulenze tecniche e con criteri di valutazione lineari.

Accadde esattamente la stessa cosa in occasione dell’incidente aereo nel 2009 del volo Volo US Airways 1549.

Durante il processo venne contestato al comandante il fatto che tutte le simulazioni effettuate a posteriori avevano dimostrato che ci sarebbe stato il tempo di rientrare all’aeroporto invece che ammarare nell’Hudson.

Il mitico comandante Sullenberger contestò fortemente la ricostruzione a posteriori. Tutti i piloti coinvolti nelle simulazioni erano a conoscenza di quello che era accaduto nella realtà e quindi avevano invertito la rotta immediatamente dopo il Bird Strike. Nella realtà invece il comandante ebbe bisogno di diversi secondi per decidere qual era la cosa migliore da fare in una situazione in cui non aveva elementi certi e lineari per scegliere l’opzione più giusta. Quei secondi di riflessione causarono un ulteriore discesa dell’aereo e quindi l’impossibilità di rientrare in aeroporto.

Questa differenza è un nodo strutturale. Quando casi clinici vengono trasferiti dal contesto professionale a quello mediatico, il rischio è che la complessità decisionale venga ridotta a una sequenza di passaggi valutabili ex post, secondo una logica che non appartiene alla pratica clinica reale.

A questo si aggiunge un secondo elemento, raramente esplicitato: i media e il contenzioso legale operano per selezione e scelgono i casi più gravi, più emotivamente coinvolgenti, più narrabili. Ma questo produce una distorsione inevitabile: ciò che è eccezionale diventa rappresentativo, ciò che è raro viene percepito come frequente.

La sanità, invece, funziona su milioni di atti quotidiani che non fanno notizia. La qualità complessiva di un sistema non può essere valutata a partire dalla sua deviazione più visibile.

Quando la narrazione pubblica si concentra prevalentemente sugli errori, si producono almeno tre effetti.

L’aumento della medicina difensiva. I professionisti, esposti a un rischio percepito crescente, tendono a orientare le decisioni non solo sulla base dell’appropriatezza clinica, ma sulla riduzione del rischio legale.

L’erosione della fiducia. La relazione di cura si fonda su un equilibrio delicato tra competenza e affidamento. Una rappresentazione sistematicamente centrata sull’errore altera questo equilibrio e alimenta una percezione di insicurezza che non riflette necessariamente la realtà dei dati.

Lo spostamento del focus. L’attenzione si concentra sul singolo caso, sul singolo professionista, mentre le determinanti organizzative e sistemiche degli eventi avversi restano sullo sfondo.

Il significativo aumento delle aggressioni al personale sanitario trova in questi effetti distorsivi una causa potente e ricorrente.

Chi sostiene la necessità di una maggiore visibilità pubblica richiama giustamente il valore della trasparenza. Peccato che la trasparenza non è un concetto neutro perchè dipende da come l’informazione viene costruita, selezionata e interpretata.

Una comunicazione basata su singoli casi, anche quando tecnicamente fondati, non equivale automaticamente a una comprensione più profonda dei problemi. Può, al contrario, contribuire a una semplificazione che rende più difficile intervenire sulle cause reali.

Il miglioramento della sicurezza delle cure non nasce dalla sola esposizione degli errori, ma dalla capacità di analizzare i processi, comprendere le interazioni tra fattori clinici e organizzativi, e sviluppare modelli di governance adeguati alla complessità del sistema.

Quale tipo di conoscenza produciamo quando portiamo gli eventi avversi nello spazio pubblico ? E questa conoscenza aiuta davvero a migliorare il sistema, oppure ne altera la percezione senza incidere sulle sue determinanti profonde ? Cioè produce effetti distorsivi sul sistema sanitario ?

I tempi clinici e quelli giudiziari sono molto lontani. Il medico decide nell’incertezza, in tempo reale, con informazioni incomplete. L’avvocato e il giudice ricostruiscono a posteriori. E’un vero e proprio conflitto epistemologico, non solo professionale.

Missed nursing care

Missed nursing care

Che succede quando le cure infermieristiche sono omesse, ritardate o incomplete? Quanto è diffuso questo fenomeno e, soprattutto, quanto è visibile? Che effetti concreti ha sulla qualità dell’assistenza sanitaria?

A differenza degli errori attivi, cioè degli errori di esecuzione, il fenomeno riguarda tutto ciò che non viene fatto, oppure viene fatto tardi, oppure viene fatto parzialmente.

I dati in letteratura dicono che è un fenomeno molto frequente: tra il 55% e il 98% degli infermieri dichiara di aver omesso almeno un’attività durante il turno di lavoro.

È una colpa individuale? Sembra proprio di no. Sembra piuttosto un problema sistemico. Le cause sono molte e interdipendenti: carenza di personale, eccessivi carichi di lavoro, cattiva organizzazione, problemi di comunicazione, lavoro di squadra insufficiente, mancanza di materiali, deleghe inefficaci.

Le conseguenze sull’assistenza sanitaria sono gravi: diminuisce la qualità, aumentano i costi, aumentano gli eventi avversi. Basta pensare al rapporto infermiere-paziente, che in Italia è di circa uno a 9,5, mentre lo standard raccomandato è uno a sei.

L’impatto sulla condizione infermieristica è molto alto: burnout, distress morale, insoddisfazione lavorativa, diminuzione della motivazione, volontà di abbandono.

Il conflitto interno è pesante: gli infermieri sanno cosa sarebbe giusto fare, ma non sono in grado di farlo.

Dal punto di vista pratico, le ricadute sui pazienti sono evidenti: aumento delle infezioni, cadute, dolore non gestito, degenze più lunghe. Questo significa che i pazienti percepiscono la mancanza di cure. Non è un fenomeno invisibile per loro.

C’è poi una dimensione etica: tutto questo mette in crisi il codice deontologico, genera dilemmi morali e rischia di trasformare la cura in una prestazione minima.

La deriva è chiara: ciò che non viene fatto diventa la normalità. Le cure infermieristiche mancate diventano routine.

Non basta spiegare il problema. Serve tentare di risolverlo.

Gli infermieri lo sanno. Sanno cosa sarebbe giusto fare e sono consapevoli di quando non riescono a farlo. È qui che nasce il distress morale. Non si tratta di errori, ma dell’impossibilità di essere coerenti con i valori professionali.

Ma dove cercare le soluzioni?

Aumentare il personale è necessario, ma non sufficiente. Migliorare l’organizzazione è fondamentale, ma non basta.

Serve rendere visibile ciò che ancora oggi viene mantenuto nascosto.

Le cure mancate devono essere misurate. È un atto politico e organizzativo. Significa riconoscere che la qualità dell’assistenza non dipende  anche da ciò che viene sacrificato non solo da ciò che viene fatto.

Serve una leadership, sia negli ordini professionali sia nella dirigenza, capace di affrontare il problema senza colpevolizzare.

Parlare delle omissioni non come fallimento degli individui, ma come indicatore di sistema. Un sistema che rimetta al centro il senso della cura come pratica possibile e non ideale astratto.

Ordini, sindacati e società scientifiche: ruoli e confini

Ordini, sindacati e società scientifiche: ruoli e confini

Ruoli e confini tra Ordini Professionali, Sindacati e Società scientifiche creano una tensione reale dentro il sistema sanitario italiano, e ciò deve essere guardata senza indulgenza ma anche senza semplificazioni.

Parto da un punto solido: le tre funzioni hanno nature e mission  profondamente diverse. Gli ordini stanno dalla parte del cittadino, i sindacati dalla parte del lavoratore, le società scientifiche dalla parte della conoscenza. Quando queste tre linee restano distinte, il sistema crea un equilibrio dinamico. Quando si sovrappongono, quell’equilibrio si rompe.

Non è tanto il fatto che una persona abbia esperienza in più ambiti, cosa che in sé potrebbe anche arricchire quanto il fatto che i ruoli si confondono mentre si esercita potere decisionale. In quel momento il conflitto di interesse non è più teorico ma diventa strutturale. Chi dovrebbe garantire il cittadino rischia di proteggere il professionista. Chi dovrebbe difendere diritti contrattuali rischia di influenzare la scienza. Chi dovrebbe produrre conoscenza indipendente rischia di adattarla a interessi organizzativi.

Questo produce tre effetti molto concreti.

Il primo è la perdita di credibilità. Se le funzioni non sono chiaramente distinguibili, dall’esterno tutto appare come un unico blocco corporativo. E quando il sistema è percepito come autoreferenziale, la fiducia dei cittadini cala.

Il secondo è l’inefficienza decisionale. Le decisioni non vengono più prese sulla base del criterio più pertinente, ma come risultato di mediazioni tra interessi sovrapposti. Questo rallenta tutto e spesso abbassa la qualità delle scelte.

Il terzo è lo slittamento della mission. L’ordine non è più pienamente garante, il sindacato non è più pienamente rappresentativo, la società scientifica non è più pienamente indipendente. Ognuno fa un po’ di tutto, e quindi nessuno fa bene ciò che dovrebbe fare.

Dare la colpa solo alle persone che transitano tra ruoli è troppo facile e rischia di essere fuorviante. Il vero nodo è sistemico. In Italia esiste una cultura organizzativa che tollera, e a volte premia, l’accumulo di posizioni. Non ci sono barriere forti ai conflitti di interesse, né una cultura diffusa della separazione dei ruoli. Finché questo non cambia, anche sostituendo le persone il problema si ripresenta.

Serve una separazione esplicita e regolata dei ruoli, non solo dichiarata. Incompatibilità vere, non simboliche. Se ricopri un ruolo di garanzia, non puoi contemporaneamente rappresentare interessi di categoria o produrre linee guida con impatto diretto su quegli interessi.

Serve trasparenza vera. Non basta dire “non c’è conflitto”. Bisogna rendere visibili i percorsi, le appartenenze, le relazioni perchè la fiducia nasce dalla possibilità di verificare.

Serve una cultura professionale più matura, che accetti il limite del proprio ruolo. E forse questo è il punto più difficile, perché necessità di un cambio di mentalità. Qui entra in gioco anche il tipo di formazione e di leadership che si costruisce nel sistema.

Il sistema è completamente perso o è solo disallineato ? Si può riallineare se si interviene sui confini e sulle responsabilità ?

Da una conversazione con Giovanni Sbrana, 20.3.2026

La delusione e il dramma degli infermieri

La delusione e il dramma degli infermieri

Questa è la storia di Giovanni, un giovane infermiere che comincia con una promessa semplice: prendersi cura degli altri. Una promessa che attraversa gli anni della formazione, si rafforza nello studio, trova conferma nei risultati. Un percorso lineare, almeno in apparenza. Poi arriva l’impatto con la realtà. 

La realtà è un sistema che non accoglie, che non riconosce, che non restituisce. Il passaggio è brusco: da studente brillante a professionista invisibile. Il merito non apre porte ma apre dei sospesi perchè le risposte non arrivano, oppure arrivano sotto forma di lavori sottopagati, condizioni che non hanno nulla di formativo ma molto di sfruttamento. La parola “gavetta” diventa un modo elegante per dire che il valore di una persona può essere ignorato senza conseguenze.

Qui si consuma la prima frattura economica e simbolica perchè Giovanni capisce che l’impegno non basta, che il sistema non è costruito per premiare chi vale ma per proteggere equilibri opachi, abitudini consolidate, la rassegnazione collettiva che si tramanda come fosse inevitabile.

La drammatica scelta: restare e adattarsi, oppure partire. E partire non è un atto romantico ma uno strappo psico-fisico per sopravvivere: lasciare relazioni, lingua, riferimenti. Significa accettare solitudine, fatica, disorientamento. Significa ricominciare da capo con una identità professionale costruita con impegno. 

In Germania accade qualcosa di semplice e potente: il lavoro viene pagato, il tempo viene rispettato, le competenze trovano spazio. Sembra un paradiso ma  è solo normalità. Ed è proprio questo a rendere più amara la distanza. Perché diventa evidente che il problema non è la professione, non è la persona, ma il contesto che non sa valorizzarla.

Giovanni lavora, cresce, accumula esperienza. Anni di pratica, responsabilità, specializzazione con una traiettoria solida e chiara. Ma le origini chiamano e Giovanni pensa che forse qualcosa è cambiato: si prova a tornare. Qui arriva la seconda frattura, ancora più profonda e brutale:  l’esperienza maturata non viene riconosciuta. Il tempo investito perde valore. Si deve ripartire da zero, come se nulla fosse accaduto.

E allora emerge la rabbia lucida e potente. La rabbia di chi vede l’assurdità di un sistema che prima chiede esperienza impossibile e poi ignora quella reale. La rabbia di chi capisce di non essere stato sconfitto, ma respinto.