Siamo di fronte a una tragedia sanitaria e culturale: medici che diffondono informazioni false e pericolose per la salute pubblica.
Affermare che l’esposizione ai raggi ultravioletti protegge dal melanoma, che il sole, essendo naturale, non possa fare male e che le creme solari siano inutili, tossiche o capaci di avvelenare l’organismo significa suggerire una condotta sanitaria potenzialmente molto pericolosa.
Questa non è una discussione astratta. Chi ascolta potrebbe ridurre la protezione, aumentare l’esposizione al sole, trascurare una lesione sospetta o ritardare una visita medica. Un contenuto pubblicato sui social può quindi trasformarsi in un comportamento concreto e produrre conseguenze sulla salute.
Sulla possibile violazione del Codice deontologico medico c’è poco da discutere. L’articolo 55 stabilisce che l’informazione sanitaria deve essere accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, oltre che fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite. Il medico non deve divulgare notizie capaci di alimentare aspettative o timori infondati e, più in generale, informazioni idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale.
Lo stesso Codice chiarisce che l’informazione sanitaria diffusa con qualsiasi mezzo deve essere veritiera, corretta e mai ingannevole. L’ambiente social, dunque, non è uno spazio deontologicamente neutro. Il medico continua a essere medico anche quando parla davanti alla videocamera del proprio telefono.
Le raccomandazioni della FNOMCeO sull’uso responsabile dei social sembrano essere state largamente disattese da una parte dei professionisti.
La domanda diventa inevitabile: dove sono gli Ordini professionali?
Gli Ordini hanno una funzione istituzionale di vigilanza deontologica e disciplinare. Attualmente, però, il sistema sembra attivarsi soprattutto in seguito a una segnalazione. Manca una sorveglianza sistematica ed efficace sulla comunicazione pubblica degli iscritti, anche quando i contenuti sono ripetuti, facilmente documentabili e raggiungono un pubblico molto ampio.
Anche il sistema degli esposti presenta un problema. Chi segnala una possibile violazione spesso non viene informato sull’esito del procedimento. Questa assenza di riscontro può diventare fortemente disincentivante e alimentare l’impressione che la segnalazione non abbia prodotto alcun effetto.
Non penso a un controllo preventivo generalizzato su tutti i profili social dei medici. Sarebbe difficilmente sostenibile e solleverebbe seri problemi rispetto alla libertà di espressione.
Penso al monitoraggio sistematico dei profili social gestiti da medici con un numero di follower rilevante: superiore ai 50 K ad esempio. Questo restringe l’obiettivo e diventa sostenibile.
Questa difficoltà, però, non può giustificare l’inerzia davanti a contenuti pubblici, reiterati e potenzialmente dannosi. Serve una vigilanza sul corretto uso dell’autorevolezza professionale.
Il medico è probabilmente il professionista sanitario con la maggiore capacità di orientare l’opinione pubblica. Quando diffonde una falsa informazione, il danno potenziale è amplificato dalla fiducia collegata al titolo professionale.
Il fenomeno diventa ancora più rilevante quando il professionista possiede decine o centinaia di migliaia di follower. Il numero dei destinatari aumenta la capacità del contenuto di modificare i comportamenti. Per questo sarebbe sostenibile concentrare l’osservazione sui medici influencer con una particolare visibilità e sui contenuti che riguardano direttamente prevenzione, diagnosi e trattamenti.
Maggiore è il potere comunicativo, maggiore deve essere la responsabilità deontologica.
Il medico influencer usa pubblicamente il proprio titolo, raggiunge migliaia o milioni di persone e può fornire indicazioni relative alla salute e alla prevenzione. Quando contraddice evidenze scientifiche consolidate senza dichiarare l’incertezza e induce comportamenti potenzialmente dannosi, usa la propria autorevolezza in modo incompatibile con la funzione sociale della professione.
Resta poi il problema della possibile rilevanza penale.
La diffusione di false informazioni sanitarie non configura automaticamente un reato. In determinate circostanze potrebbe essere valutato l’articolo 656 del Codice penale, che punisce la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose idonee a turbare l’ordine pubblico. La sua applicazione richiede però una concreta idoneità del messaggio a produrre tale turbamento e non coincide automaticamente con la semplice pericolosità sanitaria.
Può essere richiamato anche l’abuso della credulità popolare previsto dall’articolo 661, quando esista una vera impostura, cioè un comportamento intenzionalmente ingannevole rivolto a un numero indeterminato di persone. Questa fattispecie è oggi soggetta a una sanzione amministrativa e richiede comunque presupposti specifici.
Il quadro potrebbe diventare più grave qualora una persona, fidandosi del messaggio diffuso da un medico, aumentasse deliberatamente l’esposizione solare, rinunciasse alla prevenzione o ritardasse una diagnosi e subisse un danno.
In presenza di una lesione potrebbero essere ipotizzate le lesioni personali colpose. In caso di morte, in una situazione estrema, potrebbe essere valutato l’omicidio colposo.
Servirebbe una prova molto rigorosa del nesso causale. Occorrerebbe dimostrare che proprio quel messaggio ha determinato il comportamento pericoloso e che tale comportamento ha prodotto la malattia, l’aggravamento o la morte.
La difficoltà della prova penale non riduce però la responsabilità deontologica.
Gli Ordini non devono aspettare che qualcuno si ammali o muoia. La loro funzione dovrebbe essere anche preventiva: tutelare la popolazione dall’uso improprio del titolo professionale e impedire che la credibilità della medicina venga utilizzata per rendere convincenti informazioni false.
Quando un medico trasforma la propria autorevolezza in uno strumento di disinformazione, il problema riguarda l’intera professione.
E il silenzio degli Ordini rischia di diventare parte del problema.