Quando la rabbia diventa violenza: cosa distingue un pensiero da un’azione?

Quando la rabbia diventa violenza: cosa distingue un pensiero da un’azione?

Qual è la reazione normale, anzi meglio fisiologica, di fronte a una grave ingiustizia o a una violenza?

Purtroppo molti pensano oggi che le azioni violente, perfino l’omicidio, possano essere considerate appropriate e giustificabili. Ma è veramente così ?

Di fronte a una minaccia o a un’offesa gravissima si attivano i sistemi cerebrali della difesa e della sopravvivenza. Questo comporta rabbia intensa, fantasie di vendetta, desiderio di punizione e perfino pensieri di morte nei confronti dell’aggressore. Nella maggior parte delle persone, anche quando la rabbia è molto intensa, queste cognizioni intrusive non vengono trasformate in azioni.

Una persona sana di mente è capace di riconoscere, tollerare ed elaborare le fantasie aggressive e decide consapevolmente di non trasformarle in comportamenti lesivi. Provare rabbia e immaginare di punire chi ci ha fatto del male è umano. La maturità psicologica non si misura dai pensieri che attraversano la mente, ma dalla capacità di scegliere quali pensieri debbano essere trasformati in azioni.

Una personalità ben integrata è quindi in grado di controllare gli impulsi e di regolare le proprie emozioni. Questo consente di provare emozioni anche molto intense e aggressive senza esserne completamente governati.

Il passaggio dal pensiero all’azione violenta, però, non identifica necessariamente una specifica diagnosi di personalità, perché è un comportamento che può avere origini molto diverse. Stiamo infatti parlando di condizioni eccezionali nelle quali la capacità di controllare gli impulsi può ridursi o venir meno per cause differenti.

La capacità di autoregolazione, nelle condizioni di salute mentale, consente di riconoscere l’emozione e di tollerarne l’intensità, di mantenere il contatto con la realtà, di valutare le conseguenze delle proprie azioni e di scegliere consapevolmente quale comportamento adottare.

Se una o più di queste funzioni vengono meno, aumenta la probabilità che il pensiero si trasformi in azione.

Nelle persone sane i sistemi di autoregolazione dipendono da molti fattori: valori morali, empatia, controllo degli impulsi, esperienza, norme sociali e capacità di riflettere sulle proprie azioni. 

Questa compromissione dei sistemi di autoregolazione può dipendere da molti fattori: dalla struttura della personalità, da un trauma precedente, da una malattia mentale, dall’uso di sostanze, da una lesione cerebrale, da un intenso stato di disregolazione emotiva, ma può anche dipendere da una scelta deliberata.

La presenza di un’azione impulsiva, quindi, non dimostra necessariamente una personalità patologica. Dimostra che, in quel momento, i sistemi di autoregolazione non hanno funzionato in modo adeguato. Comprendere il motivo richiede spesso una valutazione clinica approfondita.

È proprio questa la differenza fondamentale tra comprendere un comportamento e giustificarlo. La psicologia può spiegare perché una persona abbia agito in un certo modo; spetta invece al diritto stabilire se e in quale misura quella condotta sia giuridicamente e moralmente responsabile.