Negli ultimi anni in Italia si è assistito a una crescita significativa degli studi legali specializzati in cause di responsabilità medica e sanitaria. Molti di questi studi si presentano come organizzazioni dedicate esclusivamente o quasi esclusivamente alla tutela dei pazienti che ritengono di aver subito un danno a seguito di prestazioni sanitarie.
Il fenomeno non è casuale e nasce da una trasformazione profonda del rapporto tra cittadini, sistema sanitario e giustizia. Da un lato è cresciuta la consapevolezza dei diritti delle persone che subiscono un danno durante un percorso di cura; dall’altro si è sviluppato un vero e proprio settore professionale spinto e sostenuto dall’obiettivo del guadagno
È importante riconoscere un principio fondamentale: chi subisce un danno evitabile durante un trattamento sanitario ha pieno diritto a ottenere giustizia e, quando appropriato, un risarcimento economico. La tutela dei pazienti è un elemento essenziale di qualsiasi sistema sanitario moderno e rappresenta una garanzia di responsabilità e trasparenza.
Allo stesso tempo, la crescente diffusione di studi legali specializzati ha generato anche interrogativi e preoccupazioni. Alcune strutture legali dichiarano di ricevere ogni anno migliaia di richieste di consulenza da parte di persone che ritengono di aver subito un evento avverso in ambito sanitario. In molti casi l’accesso alla consulenza è presentato come gratuito e privo di rischi per il paziente.
Questo modello organizzativo introduce inevitabilmente una logica di selezione dei casi. Le richieste ricevute vengono sottoposte a uno screening preliminare per valutare se esistano i presupposti per un’azione legale e per una richiesta di risarcimento. In alcuni casi questa valutazione iniziale viene affidata a consulenti medici.
Il problema non è tanto la presenza di consulenti sanitari, che è necessaria e da encomiare, quanto il modo in cui viene interpretato l’evento sanitario oggetto della richiesta. Poiché il fine è il guadagno, e non la giustizia, si cercano e si ipotizzano nessi casuali, anche se assenti, con esclusivo focus su responsabilità e colpe individuali. La medicina moderna ha invece sviluppato una visione molto più complessa degli errori e degli eventi avversi rispetto al passato.
Per molti decenni gli errori sanitari sono stati interpretati quasi esclusivamente come colpe individuali di singoli professionisti. Oggi sappiamo che nella grande maggioranza dei casi gli eventi avversi derivano da una combinazione di fattori: organizzativi, comunicativi, tecnologici e umani. Questa prospettiva è nota come “approccio sistemico alla sicurezza delle cure”.
Un esempio può chiarire il problema. Un paziente si reca in ospedale per un controllo o per eseguire alcuni esami e nelle ore successive, dopo essere tornato a casa, sviluppa un evento acuto come un infarto miocardico o un ictus cerebrale. In alcuni casi può nascere il sospetto che qualcosa non sia stato riconosciuto o gestito correttamente durante il contatto con il sistema sanitario.
Stabilire se esista realmente una responsabilità professionale richiede però un’analisi complessa: bisogna valutare i sintomi presenti al momento della visita, gli esami effettuati, le linee guida disponibili, le condizioni cliniche del paziente e il contesto organizzativo nel quale si è svolta la prestazione.
Una lettura semplicemente retrospettiva dell’evento — cioè basata su ciò che è accaduto dopo — rischia di produrre quello che in ambito scientifico viene definito “bias del senno di poi”: un errore di giudizio che porta a ritenere prevedibile ciò che in realtà non lo era nel momento in cui le decisioni cliniche sono state prese.
Quando il sistema tende a interpretare ogni evento negativo come il risultato di una colpa individuale, le conseguenze possono essere rilevanti. Una delle più importanti è lo sviluppo della cosiddetta medicina difensiva: i professionisti sanitari tendono a prescrivere più esami, più consulenze o più ricoveri del necessario principalmente per proteggersi dal rischio legale.
Questo comportamento ha effetti concreti. Da un lato aumenta i costi del sistema sanitario; dall’altro può ridurre l’efficienza e la qualità complessiva delle cure. Inoltre contribuisce a rendere alcune specialità mediche particolarmente esposte al rischio di contenzioso, con la conseguenza che molti professionisti scelgono di evitarle o di abbandonare il servizio sanitario pubblico.
Un altro elemento importante riguarda il linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico. Nel discorso mediatico è molto diffuso il termine “malasanità”. Si tratta di una parola efficace dal punto di vista comunicativo ma problematica dal punto di vista culturale. Il termine richiama implicitamente l’idea di comportamenti moralmente scorretti o di grave negligenza.
Un linguaggio eccessivamente accusatorio alimenta sfiducia nei confronti dei professionisti sanitari e delle istituzioni sanitarie, senza contribuire a migliorare la sicurezza delle cure.
Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di trovare un equilibrio tra due esigenze fondamentali. Da un lato è necessario garantire ai pazienti un accesso reale alla giustizia e a forme di risarcimento quando si verifica un danno evitabile. Dall’altro è importante sviluppare una cultura della sicurezza che permetta di analizzare gli eventi avversi in modo sistemico, individuando le cause organizzative e strutturali che li hanno resi possibili.
Molti sistemi sanitari stanno cercando di muoversi proprio in questa direzione, promuovendo modelli di analisi degli incidenti simili a quelli utilizzati in settori ad alto rischio come l’aviazione o l’industria nucleare. In questi modelli l’obiettivo principale non è individuare un colpevole, ma comprendere come il sistema possa essere migliorato per ridurre la probabilità che eventi simili si ripetano.
La sfida per il futuro sarà quindi quella di conciliare responsabilità, trasparenza e apprendimento organizzativo. Solo mantenendo questo equilibrio sarà possibile proteggere realmente sia i diritti dei pazienti sia la sostenibilità e la qualità dei sistemi sanitari.