Movimento anti-creme solari: una dottoressa che sostiene che l’esposizione al sole “non causa il cancro” raggiunge quasi un milione di visualizzazioni su Facebook

Movimento anti-creme solari: una dottoressa che sostiene che l’esposizione al sole “non causa il cancro” raggiunge quasi un milione di visualizzazioni su Facebook

Marta Paterlini
The BMJ, 11 agosto 2026; 394:e100546

Punti salienti dell’articolo estratti a cura di Alessandro Barelli

Sui social media alcuni medici stanno ottenendo milioni di visualizzazioni rilanciando una teoria già ampiamente smentita, secondo la quale le creme solari favorirebbero l’insorgenza dei tumori della pelle.

L’episodio più recente riguarda una dottoressa italiana che ha richiamato uno studio della UK Biobank per dare sostegno alle proprie affermazioni.

L’oncologa e nutrizionista Debora Rasio ha pubblicato il mese scorso un video nel quale sostiene che una maggiore esposizione al sole avrebbe un effetto protettivo nei confronti del melanoma e che, al contrario, l’uso delle creme solari aumenterebbe il rischio di sviluppare tumori cutanei.

Il video, diffuso su Facebook e su Instagram,  ha raggiunto più di un milione di visualizzazioni e ottengo oltre 60.000 like

Tra i commenti, alcuni utenti hanno scritto che, dopo averlo visto, avrebbero rinunciato alle creme solari e aumentato il tempo trascorso al sole.

Gli autori dello studio citato da Rasio sono però intervenuti per chiarire che i risultati della loro ricerca sono stati letti e interpretati in modo scorretto.

Nel video, Rasio presenta come uno dei principali elementi a sostegno della propria tesi un’analisi della UK Biobank pubblicata nel 2023.

Quella ricerca aveva osservato un’associazione tra l’uso dichiarato di creme solari e una maggiore frequenza di alcuni tumori della pelle. In particolare, tra chi riferiva di usare creme solari risultava circa raddoppiato il rischio di carcinoma basocellulare e squamocellulare, mentre il rischio di melanoma invasivo appariva circa quattro volte superiore.

Ivan Litvinov, autore senior dello studio, ha spiegato al BMJ che questi risultati non possono essere interpretati come dimostrazione del fatto che le creme solari provochino il cancro.

La spiegazione va cercata piuttosto nel cosiddetto “paradosso della crema solare” (sunscreen paradox). Le persone che si espongono maggiormente al sole sono spesso anche quelle che ricorrono più frequentemente alle creme solari.

La maggiore quantità di radiazioni solari ricevute, insieme a possibili errori nell’applicazione della crema o nella sua riapplicazione durante la giornata, può quindi spiegare perché in alcuni gruppi di utilizzatori di creme solari venga osservato un numero maggiore di tumori cutanei.

Litvinov ha anche ricordato che la crema solare va considerata uno degli strumenti della protezione dal sole e non deve diventare un motivo per prolungare l’esposizione.

Le dichiarazioni di Rasio hanno provocato una reazione immediata da parte di esponenti e istituzioni della comunità medica e scientifica italiana.

La Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro ha ribadito in una propria comunicazione che le radiazioni ultraviolette costituiscono il principale fattore di rischio ambientale per i tumori cutanei e ha invitato la popolazione a continuare ad adottare adeguate misure di fotoprotezione, comprese le creme solari.

La Fondazione ha inoltre ricordato che, sulla base delle conoscenze disponibili, i filtri ultravioletti utilizzati nei prodotti solari sono sottoposti a regolamentazione e vengono considerati sicuri.

Anche l’Istituto Superiore di Sanità è intervenuto nel dibattito, precisando che «le creme solari non sono dannose e certamente non sono cancerogene» e sottolineando che, sul piano scientifico, opinioni differenti non hanno necessariamente lo stesso valore quando la quantità e la qualità delle prove disponibili sono diverse.

La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, che vigila anche sugli aspetti professionali e deontologici della professione medica, fino a quel momento non aveva preso pubblicamente posizione sul caso.

La scrittrice e divulgatrice scientifica Beatrice Mautino, esperta di cosmetici e da anni attenta al dibattito italiano sulle creme solari, ha riferito che le segnalazioni da lei presentate nei confronti di medici che diffondono affermazioni prive di adeguato sostegno scientifico sull’uso dei prodotti solari non hanno portato a interventi concreti.

Secondo Mautino, quando un medico avalla informazioni scorrette, il proprio ruolo professionale rischia di attribuire autorevolezza e credibilità a contenuti che non hanno un adeguato fondamento scientifico. Le istituzioni sanitarie, aggiunge, hanno quindi una responsabilità nei confronti dei cittadini e dei pazienti.

«Se questi organismi non intervengono, i cittadini potrebbero non essere più in grado di capire dove si collochino le evidenze scientifiche», ha dichiarato al BMJ.

Il video si inserisce in una sequenza più ampia di contenuti diffusi sui social media che mettono in discussione l’utilità e la sicurezza delle creme solari.

Il movimento anti-creme solari ha iniziato ad acquisire una maggiore visibilità nei primi anni del decennio 2020, in un contesto caratterizzato dalla crescita dello scetticismo nei confronti delle indicazioni sanitarie e dalla diffusione di disinformazione sviluppatasi anche durante la pandemia di covid-19.

A sostenere e amplificare questi messaggi sono soprattutto influencer appartenenti al mondo del wellness, attivi su piattaforme come Instagram e TikTok. Tra i temi più ricorrenti compaiono la presunta tossicità delle creme solari, il rapporto con la vitamina D e i supposti vantaggi di esporsi al sole senza alcuna protezione.

Le formulazioni cambiano, ma il messaggio di fondo tende a essere simile: l’esposizione diretta alla luce solare viene descritta come benefica anziché cancerogena, si sostiene che l’organismo possa sviluppare una sorta di “tolleranza naturale” al sole e si attribuisce alle creme solari una possibile tossicità o perfino un ruolo nell’insorgenza del cancro.

Veronique del Marmol, da 15 anni presidente di Euromelanoma, organizzazione impegnata nella prevenzione dei tumori della pelle, ha sottolineato che le prove a sostegno dell’uso delle creme solari come strumento di prevenzione sono molto robuste.

Secondo del Marmol, le conoscenze accumulate nel corso degli anni mostrano in modo estremamente coerente che le radiazioni ultraviolette causano tumori della pelle. Questa relazione emerge da studi epidemiologici, sperimentali e molecolari.

Tra le numerose ricerche disponibili, del Marmol richiama in particolare uno studio australiano condotto su 1621 adulti, assegnati in maniera randomizzata all’uso quotidiano della crema solare oppure a un uso lasciato alla scelta individuale.

Nei dieci anni di osservazione, tra i partecipanti che utilizzavano la crema in maniera discrezionale furono diagnosticati 11 melanomi invasivi, mentre nel gruppo che applicava quotidianamente la protezione solare i casi furono 3.

L’hazard ratio risultava pari a 0,27, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,08 e 0,97.

Paolo Antonio Ascierto, direttore del Dipartimento Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli, ha avvertito che il movimento anti-creme solari può mettere in discussione uno degli elementi centrali della prevenzione dei tumori cutanei.

Ascierto ha richiamato anche la responsabilità particolare che i medici hanno quando comunicano informazioni sanitarie al grande pubblico.

«Quando un messaggio può portare le persone ad abbandonare misure preventive consolidate e sostenute dalle evidenze, ritengo che sia dovere della comunità scientifica intervenire con fermezza, riportando il dibattito sui dati anziché sulle opinioni», ha dichiarato.

Debora Rasio, contattata dal BMJ per un commento, ha scelto di non rispondere.

Riferimenti riportati nell’articolo

  1. Rasio D. Tutta la verità sull’esposizione al sole. Luglio 2026.
  2. Jeremian R, Xie P, Fotovati M, et al. Gene-Environment Analyses in a UK Biobank Skin Cancer Cohort Identifies Important SNPs in DNA Repair Genes That May Help Prognosticate Disease Risk. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2023;32. doi:10.1158/1055-9965.EPI-23-0545.
  3. O’Connor C, Rafferty S, Murphy M. A qualitative review of misinformation and conspiracy theories in skin cancer. Clin Exp Dermatol. 2022;47. doi:10.1111/ced.15249.
  4. Geskin LJ. Shining a light on sun safety: debunking TikTok’s anti-sunscreen claims. 28 agosto 2024.
  5. Green AC, Williams GM, Logan V, et al. Reduced melanoma after regular sunscreen use: randomized trial follow-up. J Clin Oncol. 2011;29. doi:10.1200/JCO.2010.28.7078.
Melanoma: più diagnosi, mortalità stabile

Melanoma: più diagnosi, mortalità stabile

Il melanoma viene diagnosticato sempre più spesso: è un dato  reale, ma racconta solo una parte del fenomeno.

La domanda decisiva è un’altra: all’aumento dell’incidenza corrisponde un aumento simile della mortalità? In molti Paesi la risposta è negativa.

Gli studi europei mostrano che l’incidenza è cresciuta soprattutto per i melanomi in situ e per quelli invasivi sottili [1]. Una revisione di 35 studi ha rilevato che la crescita delle diagnosi è stata generalmente accompagnata da un incremento limitato o assente della mortalità [2].

Il dato italiano

Le Linee guida sul melanoma pubblicate nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità riportano in Italia un aumento annuale dell’incidenza del 4,4% negli uomini e del 3,1% nelle donne.

Nello stesso documento si legge che, a fronte del notevole aumento dell’incidenza, la mortalità è rimasta sostanzialmente stabile [3].

Significa che oggi troviamo molti più melanomi rispetto al passato, senza osservare un aumento proporzionale delle persone che muoiono per questa malattia.

La mortalità aumenta solo in alcuni contesti

La mortalità non segue un andamento identico in tutte le popolazioni. Alcuni studi hanno documentato aumenti in un numero limitato di Paesi e soprattutto negli uomini anziani [4].

In molte nazioni occidentali, negli anni più recenti, la mortalità si è invece stabilizzata o ha iniziato a diminuire [5]. A questo risultato contribuiscono la diagnosi precoce e i progressi terapeutici, in particolare l’immunoterapia e le terapie a bersaglio molecolare.

L’incidenza cresce quasi ovunque. La mortalità cresce soltanto in alcuni contesti e in molte popolazioni sta diminuendo.

Il problema dell’overdiagnosi

La distanza tra incidenza e mortalità apre il tema dell’overdiagnosi, o sovradiagnosi.

L’over-diagnosi consiste nell’identificazione di una lesione classificata correttamente come melanoma, ma destinata a non diventare clinicamente pericolosa durante la vita della persona.

Questo fenomeno emerge soprattutto a livello di popolazione. Quando aumentano enormemente le diagnosi di melanomi sottili e in situ, mentre i decessi restano stabili, diventa plausibile che una parte delle lesioni individuate non avrebbe prodotto una malattia grave.

Uno studio danese ha rilevato un aumento parallelo delle biopsie cutanee e delle diagnosi di melanoma, senza variazioni significative della mortalità [6]. Più controlli, più dermatoscopie e più asportazioni permettono di trovare melanomi aggressivi in fase precoce. Permettono anche di individuare lesioni dal comportamento biologico incerto o indolente.

Più cerchiamo, più troviamo. Non tutto ciò che troviamo avrebbe causato malattia o morte.

Il melanoma è una patologia grave e con prognosi ancora difficile. L’esposizione ai raggi ultravioletti rappresenta un importante fattore causale. L’aumento dell’incidenza deve però essere interpretato insieme all’andamento della mortalità.

In Italia le diagnosi aumentano e la mortalità resta stabile. In molti Paesi la mortalità sta diminuendo. L’aumento persistente dei decessi riguarda un numero più limitato di contesti e soprattutto alcune fasce della popolazione.

Questi dati non autorizzano a sottovalutare il melanoma. Impongono di raccontarlo in modo completo, evitando di trasformare l’aumento delle diagnosi nell’immagine falsa di una crescita equivalente dei melanomi letali.

Bibliografia

  1. Sacchetto L, Zanetti R, Comber H, et al. Trends in incidence of thick, thin and in situ melanoma in Europe. European Journal of Cancer. 2018;92:108-118.
  2. Bjørch MF, et al. Overdiagnosis in malignant melanoma: a scoping review. BMJ Evidence-Based Medicine. 2024;29:24-30.
  3. AIOM. Linee guida melanoma. Edizione 2023, aggiornata ad agosto 2023. Sistema Nazionale Linee Guida, Istituto Superiore di Sanità. 
  4. Yang DD, Salciccioli JD, Marshall DC, et al. Trends in malignant melanoma mortality in 31 countries from 1985 to 2015. British Journal of Dermatology. 2020;183:1056-1064.
  5. Reinhart JP, et al. Incidence and mortality trends of primary cutaneous melanoma: a 50-year Rochester Epidemiology Project study. JAAD International. 2024;16:125-132.
  6. Nielsen JB, et al. Increasing melanoma incidence with unchanged mortality: more sunshine, better treatment, increased diagnostic activity, overdiagnosis or lowered diagnostic threshold? British Journal of Dermatology. 2024.
I soccorritori volontari non sono più appropriati per l’emergenza territoriale ?

I soccorritori volontari non sono più appropriati per l’emergenza territoriale ?

Cioè: l’aumento della complessità clinica e decisionale rende oggi insufficiente un equipaggio composto esclusivamente da soccorritori non sanitari ?

Questo è uno dei temi che emerge nella discussione che ha seguito la tragica morte di Abderrahim  Fakir. Questo pensa il presidente di un’importante società scientifica che rappresenta molti operatori dei sistemi 118. Questo pensano molti professionisti sanitari e anche molte persone non addette ai lavori. 

La situazione in Italia è la seguente: l’unica regione in cui il mezzo di soccorso ordinario è almeno composto da Infermiere più autista soccorritore è la Regione Lazio. Nella regione Lazio operano le associazioni di volontariato ma non gestiscono mezzi di emergenza con equipaggio costituito esclusivamente da soccorritori non sanitari. Tutte le altre regioni prevedono l’invio di mezzi con solo soccorritori non sanitari anche se con rilevanza e modalità diverse. Lombardia, Toscana, Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Trentino Alto Adige, Sardegna utilizzano un sistema in cui la centrale operativa può inviare, in relazione alla gravità del caso, un mezzo con solo soccorritori non sanitari. Le altre regioni hanno modelli diversi anche all’interno della stessa regione. 

Ma perché in Italia l’utilizzo dei soccorritori volontari non sanitari è così diffuso? Premetto subito che questa scelta non nasce da evidenze scientifiche che dimostrino la sua superiorità clinica ma da un misto di fattori che includono storia, cultura, disponibilità di risorse umane e sostenibilità economica. 

La storia. Quando agli inizi degli anni 90 nasce il sistema 118, il territorio era già coperto da una rete molto estesa di servizi di volontariato: Misericordie, Pubbliche Assistenze, Croce Rossa e altre. In molte regioni d’Italia questo sistema garantiva già il trasporto sanitario e quindi fu deciso di costruire un sistema integrando quello che già esisteva. 

Le risorse economiche. Probabilmente questo è il fattore più determinante. Mantenere un’ambulanza H 24 con personale dipendente a un costo molto più elevato rispetto a quelli costituiti da volontari formati. Per garantire un mezzo con volontari formati le spese sono: i mezzi, la formazione, le assicurazioni, le convenzioni con le associazioni. Niente a che vedere con i costi immensi per il personale dipendente. È difficile quantificare questo risparmio a livello nazionale, ma è ragionevole pensare che senza il volontariato molte regioni avrebbero dovuto aumentare in modo significativo il finanziamento dell’emergenza territoriale oppure ridurre il numero delle postazioni riducendo grandemente l’efficienza del sistema. Disponibilità di risorse umane. Da molti anni il sistema di emergenza territoriale non costituisce più un’attrattiva sia per i medici che per gli infermieri. Addirittura si assiste ad una fuga in massa dai sistemi 118 verso altre realtà sanitarie. 

Copertura del territorio. In molte aree montane rurali o scarsamente popolate sarebbe molto difficile mantenere un numero sufficiente di mezzi se ogni ambulanza dovesse avere personale sanitario o dipendente. L’associazioni locali invece garantiscono una presenza capillare che il servizio pubblico da solo non potrebbe fare. 

Infine in Italia non esiste la figura professionale del paramedico come invece esiste in molte nazioni europee e questo aspetto è fondamentale. Il paramedico è un professionista sanitario con formazione specifica pre ospedaliera che può eseguire manovre procedure invasive, può somministrare farmaci secondo protocolli e che quindi cancella la necessità del medico sul territorio. 

Cultura del volontariato. In Italia c’è una fortissima tradizione di volontariato probabilmente unica in Europa. Ad esempio, in Toscana le Misericordie esistono dal medioevo mentre in Liguria le Pubbliche Assistente esistono da più di un secolo. E quindi normale che le regioni hanno valorizzato un patrimonio sociale già presente.

La domanda scomoda è: il volontariato è ancora il modello migliore nel 2026? Negli ultimi trent’anni sono cambiate molte cose ad esempio è aumentata l’età media della popolazione, la complessità clinica dei pazienti, le responsabilità professionali e le competenze richieste sul territorio hanno posto sempre maggiori difficoltà nel reperire volontari disponibili a garantire turni continuativi. 

Molti pensano che il modello basato sui soccorritori volontari diventa sempre meno sostenibile  ed efficace e che l’evoluzione naturale debba andare verso una maggiore professionalizzazione dell’emergenza territoriale. 

Altri invece continuano a sostenere che questo modello è il miglior compromesso tra efficacia clinica, copertura territoriale e sostenibilità economica. 

Io penso che il disinteresse mostrato dal potere e dalla politica riguardo alla sanità e in particolare riguardo all’emergenza territoriale, rende di fatto impossibile un passaggio verso un modello con maggiore professionalità sanitaria che inevitabilmente comporterebbe investimenti economici che al momento non sono disponibili, o meglio, non sembrano disponibili.

Medici, social e funzione di cura

Medici, social e funzione di cura

Negli ultimi anni la presenza dei medici sui social media è cresciuta in modo significativo, assumendo forme molto diverse tra loro. Accanto a esperienze di alta qualità divulgativa e comunicativa, si sono affermati modelli di esposizione personale che sollevano interrogativi clinici, simbolici ed etici. Questo documento intende offrire una cornice di riflessione chiara e operativa sulla compatibilità tra presenza social e funzione di cura, evitando sia giudizi moralistici sia adesioni acritiche alla cultura della visibilità.

La domanda principale è: ogni forma di comunicazione pubblica del medico rafforza o indebolisce la funzione di contenimento che il paziente, soprattutto quando è vulnerabile, gli attribuisce?

Nella relazione di cura il medico non è semplicemente una persona tra le altre, ma incarna una funzione. Questa funzione comprende competenza, affidabilità, stabilità emotiva e capacità di accogliere e gestire l’angoscia dell’altro. Tale funzione richiede una asimmetria strutturale, non di potere ma di ruolo. Il paziente, in una condizione di fragilità, non cerca uno specchio di sé, ma una figura su cui poter proiettare sicurezza e tenuta.

La cosiddetta “umanizzazione” della medicina non coincide con la simmetrizzazione della relazione. Rendere il medico totalmente simile al paziente, soprattutto sul piano dell’esposizione emotiva e corporea, rischia di compromettere proprio ciò che rende possibile la cura.

Un criterio semplice, ma clinicamente solido, può guidare ogni scelta comunicativa: se un contenuto riduce la capacità del paziente di affidarsi, quel contenuto non è compatibile con la funzione di cura. Non conta che sia autentico, popolare o coinvolgente. La cura non è fondata sull’engagement, ma sulla responsabilità.

Sono compatibili con la funzione di cura quelle presenze social che rafforzano il ruolo simbolico del medico e ne consolidano l’affidabilità percepita. 

La divulgazione sanitaria e clinica, quando è rigorosa e comprensibile, colloca il medico come fonte autorevole di conoscenza. In questo caso l’attenzione è sul contenuto, non sulla persona che lo veicola. Il messaggio implicito è: puoi fidarti, so di cosa parlo.

Anche una narrazione professionale riflessiva può essere compatibile, a condizione che non diventi confessionale. Raccontare esperienze cliniche in forma depersonalizzata, riflettere su dilemmi etici o sui limiti della medicina, contribuisce a costruire un’immagine di competenza consapevole, capace di pensiero e responsabilità.

Una comunicazione empatica e sobria, infine, permette al medico di mostrarsi umano senza diventare fragile agli occhi del paziente. Il tono è caldo, il linguaggio rispettoso, ma l’assetto emotivo resta contenuto. Il messaggio che passa è: capisco ciò che vivi e posso reggerlo.

Esistono forme di presenza social che non sono  di per sé incompatibili, ma richiedono alta consapevolezza e continui aggiustamenti.

Lo storytelling personale può essere accettabile solo se strettamente funzionale a un messaggio clinico o educativo. Il confine critico è tra mostrare qualcosa di sé per aiutare e usare il pubblico per raccontarsi. Quando il baricentro si sposta verso il secondo polo, la funzione di cura inizia a indebolirsi.

Anche l’uso dell’ironia o della leggerezza può funzionare se rimane ancorato al contesto professionale e non ridicolizza la sofferenza. Il rischio è che il medico venga percepito come performer, più che come figura affidabile.

Le prese di posizione pubbliche su temi di salute o di sistema sanitario possono essere legittime, ma comportano il rischio di trasformare il medico in figura ideologica, riducendo la neutralità percepita da alcuni pazienti. 

Sono incompatibili con la funzione di cura quelle esposizioni che erodono il contenimento simbolico necessario al paziente.

La condivisione del quotidiano corporeo, come pasti, igiene personale o routine intime, rende il corpo del medico ordinario proprio laddove dovrebbe restare funzionale. Il corpo del curante, nella relazione terapeutica, non è un corpo qualsiasi: è uno strumento di lavoro simbolico oltre che tecnico.

Ancora più problematiche sono le performance ludico-esibizionistiche, come balli, lip sync o adesione a trend virali privi di contenuto clinico. In questi casi il messaggio implicito diventa: guardami, approvami, divertiti con me. È un messaggio opposto a quello richiesto dalla cura.

Infine, la confessione emotiva non elaborata, gli sfoghi pubblici, il vittimismo professionale o la richiesta esplicita di conforto producono una inversione dei ruoli. Il paziente, anche inconsciamente, può sentirsi chiamato a sostenere il medico, perdendo il proprio spazio di dipendenza legittima.

In sintesi, la presenza social del medico dovrebbe comunicare, in modo esplicito o implicito, un solo messaggio fondamentale: “io sono qui per te, non tu per me”. Quando questo messaggio si perde, non siamo più nel campo della cura, ma in quello dello spettacolo.

Quando questo si verifica la figura del medico scompare e rimane solo quella dell’influencer generico. 

Perché il Clostridium botulinum produce una delle tossine più potenti della natura

Perché il Clostridium botulinum produce una delle tossine più potenti della natura

Il Clostridium botulinum” è uno dei microrganismi più citati quando si parla di tossine naturali, perché produce la tossina botulinica, oggi considerata la sostanza biologica più potente conosciuta. La dose letale nell’uomo è di 1 nanogrammo/kg. La domanda che sorge spontanea, soprattutto da un punto di vista biologico ed evoluzionistico, è perché un batterio ambientale abbia sviluppato un’arma di tale efficacia. In natura nulla nasce “per fare male all’uomo”: ogni caratteristica che persiste nel tempo tende ad avere, o ad avere avuto, un senso in termini di sopravvivenza e diffusione.

Dal punto di vista biologico, C. botulinum non è un batterio “specializzato nell’uccidere”. È un microrganismo anaerobio, sporigeno, che vive nel suolo, nei sedimenti e nei materiali organici in decomposizione. La sua strategia fondamentale di sopravvivenza è la spora, una forma estremamente resistente che gli consente di superare lunghi periodi di condizioni ambientali sfavorevoli. La produzione della tossina non è quindi la sua funzione primaria, ma una caratteristica che compare solo in alcune linee evolutive del gruppo botulinum.

Un primo elemento importante è che C. botulinum non è una specie omogenea. Esistono diversi gruppi biologici e numerosi tipi di tossina botulinica, geneticamente e funzionalmente distinti. Questo indica una storia evolutiva complessa, fatta di acquisizioni e perdite di geni, piuttosto che di un percorso lineare. I geni che codificano la tossina botulinica sono spesso organizzati in cluster mobili, talvolta associati a plasmidi o a elementi simili a fagi. Ciò suggerisce che la capacità di produrre tossina possa essere stata acquisita tramite trasferimento genico orizzontale. In termini evolutivi, questo significa che l’origine della tossina può essere stata “opportunistica”: un batterio acquisisce un nuovo set di geni e, se questi conferiscono un vantaggio in un certo ambiente, la caratteristica viene mantenuta.

La questione centrale diventa allora capire quale vantaggio possa offrire la produzione di una tossina neuroparalitica in un batterio che vive nel suolo o nei sedimenti. Una delle ipotesi più solide è di tipo ecologico. In diversi contesti naturali, soprattutto negli ambienti acquatici e nelle zone umide, è stato osservato un ciclo ricorrente di botulismo negli animali selvatici, in particolare negli uccelli. La decomposizione di materiale organico crea microambienti anaerobi favorevoli alla crescita di C. botulinum. La produzione di tossina porta alla morte di animali che frequentano quell’ambiente. Le carcasse diventano a loro volta nuovi substrati ricchi di nutrienti e poveri di ossigeno, ideali per la moltiplicazione del batterio e per la produzione di nuove spore. In questo ciclo, la tossina non serve al batterio per “difendersi”, ma per ampliare e mantenere la propria nicchia ecologica.

In questa prospettiva, la tossina botulinica può essere vista come uno strumento che facilita la creazione di ambienti di decomposizione anaerobia su larga scala. Più carcasse significano più habitat temporanei in cui il batterio può crescere e, soprattutto, sporulare. Poiché le spore sono il vero mezzo di sopravvivenza e dispersione, tutto ciò che aumenta le opportunità di sporulazione rappresenta un vantaggio evolutivo significativo.

Un altro elemento che rafforza questa interpretazione è il fatto che, in C. botulinum, la produzione della tossina è spesso coordinata con i processi di stress e di transizione verso la sporulazione. Questo suggerisce che la tossina faccia parte di una risposta biologica integrata, attivata quando le condizioni ambientali stanno cambiando e il batterio “prevede” la necessità di prepararsi alla sopravvivenza a lungo termine.

Resta però una domanda cruciale: perché la tossina è così incredibilmente potente? Qui la risposta più onesta è che l’estrema potenza probabilmente non è stata l’obiettivo diretto della selezione naturale. La tossina botulinica agisce su bersagli molecolari molto specifici e altamente conservati, le proteine coinvolte nel rilascio dei neurotrasmettitori. Una volta evoluto un meccanismo capace di entrare selettivamente nelle cellule nervose e di bloccare questi bersagli con un’attività enzimatica efficace, anche quantità minime diventano sufficienti a produrre effetti devastanti sull’organismo animale. La selezione potrebbe aver favorito semplicemente una tossina “efficiente”; la sua letalità estrema nei vertebrati sarebbe quindi una conseguenza collaterale della biochimica del sistema.

Infine, non si può escludere che la tossina botulinica abbia avuto, o abbia ancora, ruoli più sottili nelle interazioni microbiche o nei rapporti con altri organismi dell’ecosistema, come invertebrati o protozoi. In questo caso, l’effetto sui grandi vertebrati rappresenterebbe un effetto secondario, amplificato dalla complessità dei sistemi nervosi animali.

In conclusione, la produzione della tossina botulinica non appare come un evento casuale privo di senso biologico. È piuttosto il risultato di una storia evolutiva complessa, in cui acquisizione genetica, ecologia della decomposizione, sporulazione e biochimica molecolare si intrecciano. La tossina non è nata per uccidere l’uomo, ma per aumentare, in certi ambienti e in certe condizioni, le possibilità di sopravvivenza e diffusione di un batterio ambientale straordinariamente adattabile.

Le 3 personalità dentro di noi

Le 3 personalità dentro di noi

Durante gli studi iniziali in cui Eric Berne elaborò l’Analisi Transazionale egli osservò che le persone, quando le osserviamo e quando le ascoltiamo, possono cambiare a vista d’occhio. È un cambiamento che riguarda l’espressione del volto, le parole, i gesti, la postura e anche le funzioni fisiche ad esempio può apparire un arrossamento del volto oppure può aumentare la frequenza cardiaca o la frequenza respiratoria.

L’individuo che va incontro a tali mutamenti rimane sempre la stessa persona dal punto di vista fisico quindi che cosa sta succedendo ?

Mi ricordo una paziente che venne da me in quanto oppressa da una grave forma di insonnia e dalla costante preoccupazione di non svolgere bene il suo ruolo genitoriale.

Durante la prima seduta mi racconta in modo sereno e realistico le motivazioni che l’avevano spinta a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta: “l’assenza di sonno soddisfacente mi mette sempre più in difficoltà e credo di poterla collegare al fatto che non sono sicura di svolgere in modo ottimale il mio ruolo di mamma”

Ad un certo punto improvvisamente scoppia piangere con voce e comportamenti come quelli di una bambina: “lei mi fa sentire come se avessi tre anni“. Le chiedo cosa fosse accaduto per farla sentire come una bambina ma lei risponde non lo so e aggiunge: “all’improvviso mi è sembrato di aver sbagliato tutto“. In seguito, sempre durante la stessa seduta, la voce e l’atteggiamento cambiano di nuovo improvvisamente e con tono critico e dogmatico mi dice: “tutto sommato, anche i genitori hanno i loro diritti e bisogna insegnare ai bambini a saper stare al loro posto”

Nel giro di pochissimo tempo la donna aveva manifestato tre personalità diverse e distinte: un adulto razionale e consapevole, una bambina in preda ad emozioni forti, un genitore intollerante e critico.

Questi tre Stati dell’Io esistono in ogni persona: e come se ognuno di noi portasse in sé la personalità infantile (Bambino) di quando aveva due o tre anni e i propri genitori critici e normativi (Genitore). Si tratta di vere e proprie registrazioni a livello cerebrale di esperienze concrete di avvenimenti sia interni che esterni soprattutto risalenti ai primi cinque anni di vita. Il terzo stato dell’io (Adulto) è la parte di noi in contatto continuo con la realtà del qui ed ora.

È importantissimo sottolineare a questo punto che non stiamo parlando di ruoli ma di realtà psicologiche. Mentre il  Super-Io, Io e Es della psicanalisi sono concetti astratti, gli Stati dell’Io sono realtà fenomenologiche causate dal ri-ascolto di registrazioni di eventi accaduti in passato e riguardanti persone, tempi, luoghi, decisioni e sentimenti reali.

Lo sapevate che ……

Lo sapevate che ……

Nei 10 anni della pesante crisi finanziaria che ha scosso il pianeta (2008-2018) il numero di miliardari nel mondo è quasi raddoppiato ?

La ricchezza dei miliardari del mondo è aumentata di 900 miliardi di dollari nell’ultimo anno, cioè di 2,5 miliardi di dollari al giorno ?

La ricchezza della metà più povera dell’umanità, 3,8 miliardi di persone, è diminuita dell’11% ?

Lo scorso anno 26 persone possedevano la stessa ricchezza dei 3,8 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera dell’umanità ?

L’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, proprietario di Amazon, ha visto aumentare la sua fortuna a 112 miliardi di dollari ?

L’intero bilancio sanitario dell’Etiopia, un paese di 105 milioni di persone, ammonta a 1,12 miliardi di dollari, l’ 1% del capitale posseduto da Jeff Bezos ?

Se tutto il lavoro non retribuito svolto da donne in tutto il mondo fosse svolto da una singola azienda, avrebbe un fatturato annuo di 10 trilioni di dollari, 43 volte il fatturato di Apple ?

Questo e altro su: https://goo.gl/96bi9V     Oxfam International

Photo by Arvind shakya from Pexels

Mindfulness: ogni volta è sempre la prima volta

Mindfulness: ogni volta è sempre la prima volta

C’è una imminente occasione a Roma di scoprire, conoscere e praticare la mindfulness: il prossimo 22 Ottobre presso l’Associazione Spazio Vitale in via Angelo Poliziano 69 inizia un corso intensivo che ha l’obiettivo di utilizzare la mindfulness per ridurre lo stress psico-fisico (Mindfulness-Based-Stress-Reduction, MBSR). Per info e iscrizioni contattare la dott.ssa Neus Lopez Calatayud.

Ma cos’è la mindfulness ?

Non è facile spiegarlo. La parola inglese può essere tradotta come presenza mentale oppure consapevolezza oppure pienezza della consapevolezza della mente. Nessuna di queste traduzioni rende pienamente il senso profondo della mindfulness. Forse ci si avvicina di più utilizzando l’espressione originaria nella antica lingua pali: “sati” una condizione di consapevolezza non concettuale della mente e del cuore. Questo ci aiuta a vedere che non si tratta di qualcosa che riguarda esclusivamente il nostro cervello cognitivo, la nostra corteccia cerebrale, ma coinvolge altre sfere e piani psichici e corporei profondi.

La mindfulness è un modo di essere sostenuto da una attenzione non giudicante al qui ed ora, momento dopo momento. Essere attenti implica la potente capacità di controllare le distrazioni e le dispersioni che spesso ci impediscono di godere pienamente ogni singolo istante della nostra vita.

Prestare attenzione implica la piena consapevolezza e accettazione di ciò che stiamo vivendo. Questa modalità di essere attenti produce i suoi frutti se è focalizzata, cioè orientata in modo esclusivo su un determinato oggetto, rivolta al momento presente, cioè orientata in modo esclusivo al qui ed ora, non giudicante e categorizzante, cioè orientata in modo esclusivo all’esperienza presente evitando le categorie e i giudizi normalmente utilizzati per comprenderla.

Possiamo vedere e vivere la realtà per quello che realmente è senza distorcerla a causa di paure o bisogni. Ogni volta è sempre la prima volta.

Ho conosciuto la mindfulness grazie a Gherardo Amadei di cui serbo un ricordo indelebile e consiglio senza esitazione uno dei suoi libri:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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