Negli ultimi anni la presenza dei medici sui social media è cresciuta in modo significativo, assumendo forme molto diverse tra loro. Accanto a esperienze di alta qualità divulgativa e comunicativa, si sono affermati modelli di esposizione personale che sollevano interrogativi clinici, simbolici ed etici. Questo documento intende offrire una cornice di riflessione chiara e operativa sulla compatibilità tra presenza social e funzione di cura, evitando sia giudizi moralistici sia adesioni acritiche alla cultura della visibilità.
La domanda principale è: ogni forma di comunicazione pubblica del medico rafforza o indebolisce la funzione di contenimento che il paziente, soprattutto quando è vulnerabile, gli attribuisce?
Nella relazione di cura il medico non è semplicemente una persona tra le altre, ma incarna una funzione. Questa funzione comprende competenza, affidabilità, stabilità emotiva e capacità di accogliere e gestire l’angoscia dell’altro. Tale funzione richiede una asimmetria strutturale, non di potere ma di ruolo. Il paziente, in una condizione di fragilità, non cerca uno specchio di sé, ma una figura su cui poter proiettare sicurezza e tenuta.
La cosiddetta “umanizzazione” della medicina non coincide con la simmetrizzazione della relazione. Rendere il medico totalmente simile al paziente, soprattutto sul piano dell’esposizione emotiva e corporea, rischia di compromettere proprio ciò che rende possibile la cura.
Un criterio semplice, ma clinicamente solido, può guidare ogni scelta comunicativa: se un contenuto riduce la capacità del paziente di affidarsi, quel contenuto non è compatibile con la funzione di cura. Non conta che sia autentico, popolare o coinvolgente. La cura non è fondata sull’engagement, ma sulla responsabilità.
Sono compatibili con la funzione di cura quelle presenze social che rafforzano il ruolo simbolico del medico e ne consolidano l’affidabilità percepita.
La divulgazione sanitaria e clinica, quando è rigorosa e comprensibile, colloca il medico come fonte autorevole di conoscenza. In questo caso l’attenzione è sul contenuto, non sulla persona che lo veicola. Il messaggio implicito è: puoi fidarti, so di cosa parlo.
Anche una narrazione professionale riflessiva può essere compatibile, a condizione che non diventi confessionale. Raccontare esperienze cliniche in forma depersonalizzata, riflettere su dilemmi etici o sui limiti della medicina, contribuisce a costruire un’immagine di competenza consapevole, capace di pensiero e responsabilità.
Una comunicazione empatica e sobria, infine, permette al medico di mostrarsi umano senza diventare fragile agli occhi del paziente. Il tono è caldo, il linguaggio rispettoso, ma l’assetto emotivo resta contenuto. Il messaggio che passa è: capisco ciò che vivi e posso reggerlo.
Esistono forme di presenza social che non sono di per sé incompatibili, ma richiedono alta consapevolezza e continui aggiustamenti.
Lo storytelling personale può essere accettabile solo se strettamente funzionale a un messaggio clinico o educativo. Il confine critico è tra mostrare
qualcosa di sé per aiutare e usare il pubblico per raccontarsi. Quando il baricentro si sposta verso il secondo polo, la funzione di cura inizia a indebolirsi.
Anche l’uso dell’ironia o della leggerezza può funzionare se rimane ancorato al contesto professionale e non ridicolizza la sofferenza. Il rischio è che il medico venga percepito come performer, più che come figura affidabile.
Le prese di posizione pubbliche su temi di salute o di sistema sanitario possono essere legittime, ma comportano il rischio di trasformare il medico in figura ideologica, riducendo la neutralità percepita da alcuni pazienti.
Sono incompatibili con la funzione di cura quelle esposizioni che erodono il contenimento simbolico necessario al paziente.
La condivisione del quotidiano corporeo, come pasti, igiene personale o routine intime, rende il corpo del medico ordinario proprio laddove dovrebbe restare funzionale. Il corpo del curante, nella relazione terapeutica, non è un corpo qualsiasi: è uno strumento di lavoro simbolico oltre che tecnico.
Ancora più problematiche sono le performance ludico-esibizionistiche, come balli, lip sync o adesione a trend virali privi di contenuto clinico. In questi casi il messaggio implicito diventa: guardami, approvami, divertiti con me. È un messaggio opposto a quello richiesto dalla cura.
Infine, la confessione emotiva non elaborata, gli sfoghi pubblici, il vittimismo professionale o la richiesta esplicita di conforto producono una inversione dei ruoli. Il paziente, anche inconsciamente, può sentirsi chiamato a sostenere il medico, perdendo il proprio spazio di dipendenza legittima.
In sintesi, la presenza social del medico dovrebbe comunicare, in modo esplicito o implicito, un solo messaggio fondamentale: “io sono qui per te, non tu per me”. Quando questo messaggio si perde, non siamo più nel campo della cura, ma in quello dello spettacolo.
Quando questo si verifica la figura del medico scompare e rimane solo quella dell’influencer generico.