Perché l’empatia si può apprendere ?

Perché l’empatia si può apprendere ?

Molti professionisti sanitari ritengono che l’empatia sia una qualità innata della persona e che, di conseguenza, non sia possibile apprenderla o migliorarla. Questa convinzione, probabilmente radicata nella formazione accademica tradizionale, rappresenta un ostacolo significativo allo sviluppo delle capacità empatiche. Smantellare questo pregiudizio è una fase fondamentale per qualsiasi percorso formativo sulle competenze empatiche.

A questo scopo è necessario distinguere tra empatia cognitiva ed empatia affettiva.
L’empatia cognitiva è una vera e propria competenza: può essere sviluppata e migliorata attraverso l’esercizio, la pratica e la formazione. Al contrario, l’empatia affettiva — che può essere considerata anche una forma di attitudine innata — è più legata ai tratti di personalità ed è quindi influenzata dalla storia personale e dai vissuti individuali.

La competenza empatica cognitiva utilizza funzioni cerebrali corticali, mentre l’attitudine empatica dipende da funzioni sottocorticali, legate al cosiddetto cervello antico, come l’amigdala e le strutture profonde vicine.

L’empatia cognitiva può essere potenziata attraverso strumenti specifici:

  • l’ascolto globale e attivo,

  • la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro,

  • la capacità di rispondere in modo empatico.

Intervenire sull’empatia affettiva richiede invece un lavoro più profondo sulla personalità e sui vissuti emotivi.

È importante sottolineare che migliorare le competenze empatiche, cioè l’empatia cognitiva, consente spesso di rafforzare indirettamente anche le attitudini empatiche, come la capacità di percepire le emozioni altrui cogliendo segnali comunicativi non verbali o difficilmente descrivibili.

In sintesi, anche senza un’attitudine empatica particolarmente marcata, è possibile coltivare l’empatia cognitiva con la pratica. Ciò aiuta i professionisti sanitari a svolgere il proprio lavoro con maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e di quelle degli altri, contribuendo infine a un sostanziale miglioramento della qualità delle cure.

Il Burn-out e la Depressione dei Medici

Il Burn-out e la Depressione dei Medici

Negli ultimi anni, burnout e depressione tra i medici sono diventati temi di crescente rilevanza.

I medici riferiscono autonomamente sia la depressione sia il burnout con minor frequenza rispetto ai dati degli anni precedenti, dopo un costante aumento durante i peggiori anni del COVID. Tuttavia, è troppo presto per fare previsioni ottimistiche, specialmente considerando altri dati recenti che sono più preoccupanti. C’è sicuramente una maggiore consapevolezza nella sanità con più aziende che investono in risorse per il benessere e utilizzano unità operative per benessere del personale. Purtroppo, gli stress legati alla pandemia sono stati sostituiti da nuovi e aggravati fattori di stress, come ad esempio le pressioni finanziarie che costringono le aziende sanitarie a far fare sempre di più con sempre meno persone.

La medicina d’urgenza è in cima alla lista per quanto riguarda la percentuale di specialisti che riferiscono di sentirsi in burnout o depressi. Seguono gli ostetrici, i pediatri e i medici di famiglia. Si tratta di specialità in prima linea che forniscono cure primarie in modo prevalente o totale. Il burnout tra i cardiologi e i medici di terapia intensiva sembrerebbe invece diminuito rispetto ai tempi della pandemia.

Più mediche rispetto ai medici dicono di sentirsi in burnout. Perchè ? Sia sul posto di lavoro sia a casa entrano in gioco diversi fattori:

  • Più bassi livelli di risorse a disposizione delle mediche
  • Fattori culturali, come la minor presenza di donne in ruoli di leadership,  disparità retributive e minori opportunità di avanzamento di carriera
  • Integrazione tra lavoro e vita privata con le donne spesso gravate da maggiori responsabilità nella cura dei figli o dei genitori anziani.

Per quanto riguarda le cause del burnout sul posto di lavoro, ecco quali vengono ritenute le più importanti:

  • Troppe mansioni burocratiche: 62%
  • Troppe ore di lavoro: 41%
  • Mancanza di rispetto da amministratori, datori di lavoro, colleghi o staff: 40%
  • Compensazione insufficiente: 38%
  • Mancanza di controllo o autonomia: 32%
  • Informatizzazione delle procedure: 24%
  • Mancanza di rispetto dai pazienti: 22%
  • Regole e norme: 13%

La quota di Medici sia uomini che donne che affermano che il burnout ha un grave impatto sulla loro vita è in aumento rispetto al passato. Addirittura sembrerebbe che tra il 30 e il 40% dei medici possa affermare che è possibile che ciò causi l’abbandono della loro professione nei prossimi due anni

Il 73% degli intervistati dice che il burnout influisce negativamente sulle relazioni personali e il 13% addirittura afferma che influisce molto sulle relazioni personali; soltanto il 14% afferma che non influisce.

Un’altro aspetto molto importante riguarda la convinzione di metà dei medici che i datori di lavoro non prestano sufficiente attenzione al burnout tra il personale medico

Riguardo alla possibilità che condividere con i colleghi il problema del burnout possa essere produttivo, le risposte sono diverse. Esiste un certo grado di cinismo e scetticismo sul fatto che i colleghi possano fornire un reale aiuto sul problema del Burnout e molti pensano che i colleghi considererebbero il problema del Burnout in modo non differente da come lo considerano i dirigenti, i responsabili e i gestori delle risorse umane.

Un fattore positivo riguarda l’aumento del ricorrere a meccanismi di gestione più positivi come l’esercizio fisico, il tempo trascorso con la famiglia e con gli amici, un sonno migliore, momenti di riflessione di buona qualità rispetto ad altre soluzioni più semplici e più grossolane come il cibo spazzatura, l’alcol o l’eccesso di alimentazione. Probabilmente ciò è da mettere in relazione alla pandemia che ha costretto molte persone a concentrarsi sul pensare e a individuare i meccanismi di copying più positivi.

Se chiediamo ai medici come mantengono la loro felicità e la loro salute mentale, queste sono le risposte:

Passare tempo con la famiglia con gli amici 78%

  • dedicarsi ad attività e hobby 71%
  • fare esercizio fisico 67%
  • dormire sufficienza 51%
  • mangiare in modo sano 48%
  • andare in psicoterapia 11%

Se chiediamo ai medici quali misure sul posto di lavoro aiuterebbero di più rispetto al problema del burnout il 48% risponde un aumento di retribuzione, il 47% risponde un aumento del personale di supporto, il 46% pensa che rendere gli orari più flessibili sia la cosa più importante

Rispetto al passato il tasso di depressione clinica nei medici è in aumento; occorre sottolineare tuttavia che molti medici probabilmente non sono particolarmente bravi nell’autodiagnosticarsi la depressione; per questo motivo sarebbe auspicabile che i medici cercassero precocemente un supporto psicologico anziché valutare il proprio stato come non depressivo, oppure valutare la propria depressione come troppo lieve per giustificare la richiesta di aiuto.

Se chiediamo ai medici come la depressione influisce sul loro lavoro le risposte sono diverse: 

  • “ho perso la motivazione ad aiutare e a fare cose nuove”
  • ” sono arrabbiato e triste per il fatto di trovarmi in questa condizione perché io non ho fatto nulla che possa aver causato questo stato a parte il fatto di dire la verità nell’interesse della cura dei pazienti” 
  • “mi sento male, tutto ciò ha influito sul mio sonno e sul mio appetito, soffro di fatica cronica e di dolori che mi rendono difficile lavorare”
  • “arrivo al lavoro ogni giorno cercando di avere un atteggiamento positivo, ma questa cosa dura solo pochi secondi”
  • “faccio il conto alla rovescia fino a quando posso andarmene”
  • “non sono felice di parlare con le persone”

Sia gli uomini che le donne considerano il confidarsi con altri colleghi poco pratico e produttivo; probabilmente c’è ancora vergogna e senso di colpa legati alla depressione e questo rappresenta una barriera a cercare supporto e a condividere. La maggior parte dei medici si ritengono persone molto performanti e determinate e con grande fatica possono accettare l’idea che dovrebbero essere più forti di così e che dovrebbero aver bisogno di aiuto e attenzione.

Collegato a questo è il problema della richiesta d’aiuto da parte dei medici alle unità di benessere organizzativo e di supporto psicologico. La maggior parte dei medici dichiara di non aver mai consultato uno specialista della salute mentale e che non lo farà assolutamente anche in futuro.

È interessante esaminare le risposte che i medici danno alla domanda:  “perché non è il caso di dire ad alcuno della propria depressione”

  • considero la depressione una debolezza ciò darebbe un giudizio negativo su di me
  • le persona mi prenderanno di meno in considerazione 
  • le persone potrebbero dubitare delle mie capacità di medico
  • l’ORDINE DEI MEDICI o il mio datore di lavoro potrebbero saperlo e questo metterebbe a repentaglio la mia carriera

Medscape Physician Burnout & Depression Report 2024: ‘We Have Much Work to Do’

Foto di Gadiel Lazcano su Unsplash

Contenziosi medico-legali in Sanità: gli errori dei medici

Contenziosi medico-legali in Sanità: gli errori dei medici

Le dinamiche relazionali tra medico e paziente possono condurre a insoddisfazione e successivamente a contenziosi medico-legali.

Possiamo individuare 4 grandi aree che strutturano l’esperienza dei pazienti: 

  • la comunicazione e la relazione
  • l’etica professionale
  • la qualità della cura percepita
  • I fattori di sistema

Comunicazione e relazione: il nodo centrale

La comunicazione emerge come la dimensione più complessa e determinante. Si articola in diversi aspetti, tutti sensibili:

Ascolto attivo e globale: molti pazienti riferiscono che il medico non ascolta veramente; ciò produce una frattura immediata.

Comunicazione sprezzante: il sentirsi “minimizzati” o ignorati è uno dei fattori più potenti nel generare reclami.

Comunicazione di brutte notizie: anche quando la notizia è grave, il problema non è il contenuto, ma il modo: tono brusco, mancanza di empatia, tempi non rispettosi della capacità del paziente di metabolizzare l’informazione.

Sul piano della trasparenza, il problema più ricorrente è un consenso informato percepito come inadeguato: rischi non esplicitati, procedure non spiegate in modo comprensibile, discrepanze tra ciò che il medico afferma e ciò che il paziente vive.

Sono forti anche le reazioni emotive rispetto alla mancanza di rispetto: sentirsi giudicati, etichettati, trattati con tono condiscendente o linguaggio insensibile. Anche episodi lievi, se sommati allo stress della malattia, diventano detonatori relazionali.

Etica professionale: fiducia, privacy, onestà

Il primo nucleo problematico riguarda la percezione di violazioni etiche, spesso lievi ma vissute come profonde. La confidenzialità appare un valore particolarmente sensibile: alcuni pazienti riferiscono di informazioni scorrette o delicate riportate in cartella senza consenso, oppure condivise con altri professionisti. Quando la privacy viene percepita come violata, l’intera relazione terapeutica perde stabilità.

Altro punto critico è la mancanza di onestà o di trasparenza: omissioni, comunicazioni incomplete, o discrepanze tra ciò che il medico afferma e ciò che il paziente scopre successivamente negli atti clinici. Anche se il gesto non è intenzionale, la percezione di “non verità” pesa più dell’errore tecnico.

Infine, molti pazienti lamentano l’assenza di coinvolgimento nelle decisioni: sentirsi derisi, poco considerati o spinti verso scelte non condivise produce frustrazione, senso di impotenza e perdita di dignità.

Qualità della cura percepita: negligenza e mancanza di attenzione

La qualità clinica, intesa però non come esito oggettivo ma come percezione soggettiva, è il secondo grande tema. Due le dimensioni critiche:

Negligenza percepita: il paziente interpreta alcuni comportamenti come superficialità o errori evitabili (allergie non controllate, esami incompleti, valutazioni affrettate).

Mancanza di interesse e preoccupazione percepita: la sensazione che il medico non sia realmente interessato a loro, che non dedichi tempo o attenzione, o che non sia presente nei momenti chiave.

Queste percezioni, più che la qualità tecnica effettiva, influenzano profondamente il sentimento di sicurezza e di fiducia.

 

Fattori di sistema: ciò che non dipende dal medico, ma che il paziente associa comunque a lui

Molti contenziosi nascono anche da elementi strutturali:

  • carenze di risorse
  • tempi di attesa eccessivi
  • difficoltà nel prenotare visite
  • tempi insufficienti durante le consultazioni

I pazienti non separano nettamente il medico dal sistema: se il percorso è farraginoso, l’esperienza negativa si riflette anche sulla relazione con il curante.

Anche in assenza di errori clinici, un reclamo nasce quasi sempre da una rottura del legame relazionale. Elementi come empatia, ascolto attivo, rispetto, chiarezza, condivisione delle decisioni, e trasparenza su rischi ed errori hanno un impatto più forte dell’expertise tecnica sulla soddisfazione del paziente.

La formazione dei medici deve investire molto di più su:

  • skills comunicative,
  • gestione delle emozioni
  • decisione condivisa
  • etica narrativa
  • attenzione all’esperienza percepita dal paziente: il vissuto di malattia

Infine, riconoscere l’influenza dei fattori di sistema è cruciale: per ridurre i reclami non basta “formare i singoli”, serve affrontare anche tempi, accessibilità, continuità, che pesano quanto le competenze comunicative.

Foto di Wesley Tingey su Unsplash

Il vissuto di malattia

Il vissuto di malattia

La competenza empatica di un professionista sanitario è strettamente correlata alla capacità di comunicare tenendo in primo piano la persona che si ha davanti (paziente, parente).

Parliamo quindi di comunicazione basata sulla persona.

Questo tipo di approccio comunicativo risale al 1986 quando fu fatta notare la distinzione tra la parola illness  e la parola disease. Per comodità di trattazione tradurremo le tue parole inglesi con le parole vissuto di malattia e patologia.

Nel modello di comunicazione centrata sulla persona è fondamentale distinguere tra patologia e vissuto di malattia, due dimensioni complementari ma profondamente diverse.

  • Con patologia (disease) intendiamo l’entità clinica riconosciuta dal professionista: segni e sintomi, eziopatogenesi, diagnosi e trattamento. È la prospettiva oggettiva, tecnica e scientifica con cui il sanitario interpreta la situazione.
  • Con vissuto di malattia (illness) ci riferiamo invece all’esperienza soggettiva della persona: emozioni, preoccupazioni, aspettative, bisogni, pensieri e tutto ciò che il paziente vorrebbe comunicare, anche quando fatica a farlo. È la storia personale che accompagna la condizione clinica e ne dà significato.

Integrare patologia e vissuto di malattia significa riconoscere che il paziente non porta solo una diagnosi, ma una esperienza unica che merita ascolto. Una comunicazione realmente centrata sulla persona nasce proprio dall’incontro tra i dati clinici e il mondo interno del paziente, mettendo in relazione le necessità terapeutiche con le esigenze emotive e relazionali.

The Solange effect

The Solange effect

Solange Fugger non è soltanto la più giovane responsabile di Pronto soccorso d’Italia: è soprattutto un personaggio perfetto per l’ecosistema social. Il suo profilo “Minerva Salute”, con centinaia di migliaia di follower e milioni di visualizzazioni, nasce dall’incontro fra tre elementi: una storia personale di successo precoce, la potenza narrativa del Pronto soccorso e il linguaggio iper-veloce di TikTok. Nei suoi video la medicina d’urgenza diventa una serie in pillole, fatta di casi clinici, notti in corsia, scelte al limite. Non è il dettaglio tecnico a catturare il pubblico, quanto l’adrenalina del racconto e l’accesso – per una volta – al “dietro le quinte” di un reparto che di solito resta invisibile.

Il suo successo, però, dice molto più dei singoli contenuti. Fugger incarna una figura di medico lontana dal modello tradizionale: giovane, dichiaratamente fuori dagli stereotipi, con un’immagine curata e un linguaggio che assomiglia più a quello dei creator che a quello dei trattati di medicina. È un mix potentissimo per una generazione di studenti e specializzandi che faticano a riconoscersi nei primari di un tempo e che nei social cercano soprattutto modelli con cui identificarsi, più che lezioni frontali.

In questo scenario l’engagement diventa la valuta principale. La medicina d’urgenza è perfetta per l’algoritmo: casi estremi, emozioni forti, vite appese a un filo. La linea che separa la divulgazione dalla spettacolarizzazione è sottilissima, come sottolineano molti addetti ai lavori nel dibattito sui medici influencer. Non è un caso che il caso Fugger sia stato usato più volte come esempio, in positivo e in negativo, di questa nuova stagione: da un lato la capacità di rendere “raccontabile” un lavoro che soffre di scarsa attrattività, dall’altro il rischio di semplificare eccessivamente messaggi complessi, trasformando il Pronto soccorso in un format da consumo rapido.

Il punto è che i numeri dei social non misurano la qualità scientifica, ma la capacità di stare dentro il frame dell’intrattenimento. Fugger ha intercettato una fame reale di narrazione sulla sanità, in un momento in cui ospedali e istituzioni non sanno o non vogliono comunicare il proprio lavoro. Il suo successo mediatico nasce esattamente qui: nell’aver riempito un vuoto comunicativo, più che un vuoto di contenuti clinici. È una medicina che funziona benissimo per lo schermo dello smartphone; ma il fatto che funzioni online non ci esonera dal porci una domanda scomoda: quanto di ciò che vediamo è davvero informazione sanitaria, e quanto è, semplicemente, storytelling che usa la medicina come scenografia?

Empatia e simpatia

Empatia e simpatia

L’empatia è un processo intenzionale che richiede di comprendere sia la prospettiva mentale sia lo stato emotivo dell’altro, distinguendosi nettamente dalla simpatia, che è invece una reazione spontanea di attrazione o di condivisione emotiva. Molti confondono l’empatia con l’immedesimazione, ma identificarsi significa lasciarsi trascinare dal vissuto altrui, mentre essere empatici implica mantenere lucidità e presenza per poter davvero aiutare. La compassion, spesso scambiata per empatia, è la risposta immediata alla sofferenza che percepiamo quando vediamo qualcuno stare male: nasce dall’attivazione dei neuroni specchio, che evocano in noi un disagio interno e il desiderio di intervenire per far cessare quello stimolo. Questa spinta, però, ha una radice in parte egoistica: aiutiamo l’altro anche per ridurre la nostra sofferenza nel vederlo soffrire. L’empatia, al contrario, è un comportamento deliberato, non dettato dall’urgenza emotiva ma da una scelta consapevole di comprendere l’altro e agire in modo adeguato ai suoi bisogni. Per questo possiamo essere empatici anche verso persone che non ci piacciono, mentre la simpatia o l’antipatia non determinano la nostra capacità empatica. In contesti sanitari o di cura, l’uso dell’umorismo o della leggerezza può talvolta alleviare la tensione, ma rischia anche di banalizzare il dolore del paziente se utilizzato nei momenti sbagliati. È essenziale riconoscere quando il nostro impulso a sdrammatizzare serve più a proteggere noi stessi che a sostenere l’altro. La vera efficacia nasce dall’integrare la reazione spontanea della compassion con la competenza empatica: prima avvertiamo la sofferenza, poi la leggiamo, infine scegliamo come intervenire. Coltivare questa abilità significa allenare la consapevolezza emotiva, la capacità di ascolto e l’attenzione cognitiva, così da trasformare il nostro coinvolgimento in un’azione di aiuto centrata sull’altro. In questo modo l’empatia diventa una competenza professionale sostenibile, che permette di essere presenti senza esserne sopraffatti.

Foto di Saulo Meza su Unsplash

L’empatia non è innata e può essere modificata

L’empatia non è innata e può essere modificata

Molte persone ritengono che l’empatia sia qualcosa di innato e geneticamente determinato e quindi che sia impossibile migliorare la propria empatia. Questo stereotipo è favorito dai contesti accademici dove la maggior parte dei docenti ignorano questo aspetto e ne trascurano l’importanza. Questo stereotipo è basato in gran parte sulla non conoscenza delle due macro aree in cui possiamo suddividere l’empatia: l’empatia emotiva e l’empatia cognitiva. L’empatia emotiva, che possiamo anche chiamare attitudine all’empatia,  è certamente connessa con i tratti di personalità delle persone ed influenzata dalle caratteristiche individuali e della propria storia. L’empatia Cognitiva, invece, è maggiormente o totalmente connessa ad aspetti cognitivi e quindi modificabili con l’apprendimento. Vale a dire che la competenza empatica è basata, almeno inizialmente, sulla empatia cognitiva. Tenendo presente la definizione di competenza e cioè la capacità di mettere in atto un comportamento specifico che tende ad un determinato obiettivo, possiamo affermare che l’apprendimento di una competenza è molto spesso più facile rispetto allo sviluppo o alla modifica di un’attitudine; il miglioramento delle competenze empatiche, e quindi il miglioramento dell’empatia cognitiva, è basato su tre punti fondamentali: 

1 – essere in grado di comprendere i punti di vista dell’altra persona

2 – saper praticare l’ascolto globale e attivo

3 – essere in grado di fornire nella relazione delle risposte empatiche. 

Il miglioramento di questi tre punti è un obiettivo totalmente realistico e raggiungibile con la Formazione. E’ senz’altro più semplice che sviluppare o modificare l’empatia affettiva per la quale può essere necessario un lavoro più profondo su se stessi andando a mettere mano su parti meno consapevoli della propria storia.

Foto di Aarón Blanco Tejedor su Unsplash

Emancipazione femminile e social media

Emancipazione femminile e social media

È fuori discussione che Chiara Ferragni rappresenta un modello di emancipazione femminile dell’era moderna in grado di costruire un impero imprenditoriale finanziario dal nulla. Ma questo modello ci pone degli interrogativi profondi sui valori trasmessi attraverso i social media come il successo basato sulla visibilità,  il bisogno compulsivo di performare nella vita e l’utilizzo di dinamiche familiari personali ai fini economici.

L’esempio della Ferragni, che sicuramente è stata una pioniera nell’utilizzo dei social media, ha ispirato molte persone e in particolare giovani donne. Ma quali sono stati i messaggi veicolati?

Innanzitutto, che è possibile avere successo soltanto esponendosi e rendendosi visibili: la Ferragni ha trasformato la sua vita privata in un prodotto commerciale come se la autenticità personale fosse una specie di merce o di servizio da vendere. Questo ha creato l’illusione che la chiave del successo nella vita sia solo la capacità di rendere la propria vita spettacolare e attraente sui social media mentre competenze e istruzione non contano nulla.

È il modello della cultura dell’apparenza, dove il valore dell’essere umano è misurato in base ai riscontri, cioè ai like e ai follower.

L’altro aspetto estremamente preoccupante e molto criticabile è l’esposizione dei piccoli figli sui social. C’è un problema di violazione della privacy in quanto i figli in quanto minori non hanno alcuna possibilità di dare il loro consenso ad essere pubblicamente esposti. L’immagine dei figli è stata commercializzata anche attraverso sponsorizzazioni. L’intera famiglia una vera e propria strumentalizzazione della famiglia: questo mettere i propri figli sotto i riflettori può avere delle drammatiche ripercussioni sul benessere psicologico dei bambini con rischi enormi legati ad un’alterazione della percezione del sé. Tutto ciò può fortemente influenzare altre persone a fare lo stesso e a provocare una sorta di epidemia di cattiva pratica sociale, culturale e antropologica.

Quando le decisioni dei genitori compromettono il diritto dei figli ad essere protetti, si tratta di un vero e proprio atto lesivo della autonomia e della dignità. Si tratta di una violenza simbolica e sociale negando ai bambini il diritto di scegliere la loro relazione con il mondo digitale e si attribuisce loro un ruolo pubblico che non è detto che corrisponda alla loro volontà futura.

Tutte queste considerazioni sono valide e potevano essere espresse anche prima del ben conosciuto caso del pandoro Balocco. Nel 2022 la Ferragni collabora con l’azienda dolciaria Balocco per promuovere un’edizione limitata di pandori e sembrava che parte dei proventi di questa vendita sarebbe stata destinata all’ospedale Regina Margherita di Torino per una ricerca scientifica. Ma in realtà è successivamente emerso che la donazione di 50.000 € era stata già fatta da Balocco mesi prima del lancio del prodotto e quindi non c’era alcun legame diretto con la vendita dei pandori; sembra pure che le società di Ferragni avrebbero incassato oltre 1 milione di euro dalla campagna e che questi soldi non avrebbero ulteriormente contribuito alla causa benefica. La Ferragni è stata sanzionata con una grossa multa per pubblicità ingannevole e nonostante i video di scuse della Ferragni in cui prometteva di devolvere 1 milione di euro in beneficenza, la Ferragni è attualmente indagata per truffa aggravata.

Sinceramente mi sembra una posizione indifendibile e che ha giustamente minato l’immagine pubblica della Ferragni e ha attirato critiche da ogni parte.

Il fraintendimento sul termine “femminismo”

Il fraintendimento sul termine “femminismo”

Ho sempre avuti dubbi sul termine “femminismo” perchè da un punto di vista strettamente semantico è antitetico alla parola “maschilismo” che storicamente include tutti i concetti di superiorità del genere maschile rispetto al femminile. Quindi la parola “femminismo” automaticamente comporta la superiorità del genere femminile ? Questo automatismo interpretativo è stato utilizzato da chi si opponeva e contestava il femminismo e ha reso di fatto obbligatoria una precisazione/spiegazione che chiarisse che a differenza del “maschilismo”, che presuppone la superiorità del genere maschile rispetto a quello femminile, il femminismo rivendica la parità di diritti.

Quindi mi sono chiesto perchè fu scelto un termine  semanticamente speculare a maschilismo ma che veicolava un messaggio profondamente diverso.

Ad esempio, mi sono chiesto per quale motivo il movimento non avesse scelto termini neutrali e che semanticamente rimandassero alla parità di diritti; ad esempio, mi vengono in mente parole come equalismo ….

In realtà la scelta del termine aveva ragioni storiche e pratiche dipendenti da secoli e secoli di discriminazione e oppressione.

Prima di tutto, serviva una parola centrata sulla “femminile” e che mettesse bene in evidenza che il problema riguardava la pesante oppressione delle donne da parte del sistema patriarcale; un termine neutrale non avrebbe indicato in maniera così chiara questa specificità. Utilizzare un termine neutrale avrebbe rischiato di mettere in secondo piano il problema reale e quel nome specifico e incentrato sul femminile concentrava l’attenzione su chi veramente subiva le ingiustizie, cioè le donne. Un’altro aspetto  è quello della consapevolezza dell’orgoglio delle donne, per secoli ridotte al silenzio: una parola che sottolineasse l’atto di ribellione da parte delle donne contro una cultura e un linguaggio dominante dal maschile.

Quando il termine femminismo è stato coniato, le donne si trovavano in un contesto di grave svantaggio: non avevano accesso agli stessi diritti e alle stesse opportunità degli uomini e quindi serviva un nome che sottolineasse con forza chi stava cercando di emanciparsi e di abolire la discriminazione e la diseguaglianza.

Quindi, chi percepisce il femminismo come un movimento che rivendica il dominio delle donne non è consapevole della storia e degli scopi del movimento ed è per questo che è molto importante chiarire che il femminismo non riguarda solo le donne, ma riguarda tutti e in prima battuta gli uomini che continuano ancora oggi ad essere intrappolati in ruoli rigidi di genere, non potendo beneficiare di un sistema più equo. 

In conclusione, quindi è comprensibile avere dubbi semantici sulla parola femminismo, ma se abbiamo presenti gli obiettivi con cui è nato il movimento, possiamo capire il perché della scelta di questo termine. Tuttavia, la precisazione che il femminismo non è contro gli uomini rimane necessaria perché stereotipi e fraintendimenti continuano ancora a cercare di polarizzare il dibattito.

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Omo o etero-sessuali NON SI NASCE !!

Omo o etero-sessuali NON SI NASCE !!

La così detta “scienziata” prof. Viola, ha sostenuto in una trasmissione TV rilanciata dai social che “l’orientamento sessuale è biologico”, “non dipende dalla cultura” “dipende dall’ambiente biologico” alla fine afferma che “si nasce omosessuali o eterosessuali”. Tradotto: l’ambiente, in tutte le sue manifestazioni, dai genitori alla scuola, dalla religione e alla cultura non ha alcun effetto sull’orientamento sessuale. Quello che afferma la così detta “scienziata” Viola è assolutamente falso, pericoloso, confondente e manipolatorio. Forse il bisogno di contestare un altro soggetto a piede libero, il generale Vannacci, ha confuso la “scienziata”. Vediamo perchè. Alcune delle considerazioni che seguono derivano dagli studi di Andrea Camperio Ciani professore di etologia, psicobiologia e psicologia evoluzionistica al Fisppa (dipartimento di Filosofia sociologia pedagogia e psicologia applicata) dell’università di Padova, che da quasi 20 anni studia l’omosessualità con la lente dell’evoluzione.

Nel 1993 il biologo Dean Hamer aveva individuato in una regione del cromosoma X (Xq28) la presenza di un fattore genetico che aveva correlato all’orientamento omosessuale: la cosa portò a parlare del gene dell’omosessualità e di determinismo genetico. Fortunatamente oggi sappiamo che non esiste il gene dell’omosessualità, non si può trasmettere perchè la sua frequenza non troverebbe un equilibrio nella popolazione.

L’omosessualità apparentemente non fornisce alcun vantaggio riproduttivo. Allora: perché permane al passaggio delle generazioni ? Siamo di fronte al così detto paradosso darwiniano: se l’omosessualità ha una componente genetica ereditabile e gli omosessuali non si riproducono (o lo fanno con un tasso molto basso, 0,3 figli in media, ovvero 70% in meno degli eterosessuali), come è possibile che il tratto sopravviva nel corso delle generazioni all’interno della popolazione ? Dalla genetica delle popolazioni sappiamo che un tratto che si riproduce con un tasso più basso della media degli altri tratti, prima o poi andrà ad estinguersi. 

Camperio Ciani ha tentato di risolvere questo paradosso, mantenendo l’approccio genetico. In pratica ha dimostrato che il medesimo fattore genetico associato all’omosessualità maschile sia anche associato alla maggiore fecondità femminile. 

Il cromosoma X, che nei maschi viene sempre trasmesso dalla linea materna, secondo Camperio Ciani può essere un buon candidato per contenere il fattore genetico associato all’omosessualità. Si tratta quindi di un modello di trasmissione genetica a  più fattori che giustifica la diffusione nella popolazione: uno sul cromosoma X e uno su un altro cromosoma.

Nel 2015 un gruppo americano guidato da Alan Sanders trova due fattori genetici significativi associati all’omosessualità: uno sul cromosoma X (Xq28) e uno sul cromosoma 8. 

Il problema è che sappiamo poco di questi due fattori genetici. ? Sembra che influenzino più l’androfilia che l’omosessualità. Ereditare i due fattori genetici trovati da Sanders infatti non comporta necessariamente lo sviluppo di un orientamento omosessuale: il tratto Xq28 e il tratto sull’autosoma 8 sono stati trovati sia in maschi omosessuali sia in maschi eterosessuali.

I meccanismi fisiologici che determinano l’orientamento sessuale nell’uomo infatti sono molti e la componente genetica è solo una parte di un complesso multifattoriale. 

Quindi affermare che “omosessuali si nasce” è gravissimo soprattutto per una persona che si dichiara scienziata. Si nasce con o senza il codice genetico associato all’omosessualità (cromosoma Xq28 e cromosoma 8). Se poi effettivamente si sarà omosessuali dipenderà dall’ambiente in tutte le sue manifestazioni con al PRIMO posto i genitori.

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