Le aggressioni ai professionisti sanitari sono sempre più frequenti. Il tema è diventato pubblico, discusso, a tratti polarizzato. C’è chi invoca più sicurezza, chi chiede pene più severe, chi punta sulla formazione.
Ma come viene percepito davvero il problema da chi lavora nella sanità e da chi la utilizza?
Un piccolo survey, condotto tra professionisti sanitari e cittadini, prova a rispondere con una piccola fotografia che mostra cose interessanti.
Cosa viene considerato davvero prioritario
La prima domanda è semplice. Qual è la priorità per prevenire le aggressioni ? Le risposte non vanno tutte nella stessa direzione. Ho chiesto di scegliere una delle seguenti opzioni:
1 – il miglioramento del benessere psicologico degli operatori al fine di possedere risorse psicologiche per la corretta gestione delle situazioni di conflitto e aggressività
2 – Il miglioramento della funzionalità del sistema sanitario pubblico
3 – Il rafforzamento della protezione da parte delle forze dell’ordine
4 – L’inasprimento delle pene per chi commette violenza verso i sanitari
5 – La formazione sulle tecniche relazionali di de-escalation

Cosa emerge ?
La priorità è il benessere psicologico degli operatori. Subito dopo arriva il funzionamento del sistema sanitario. Solo dopo compaiono le forze dell’ordine e, ancora più indietro, l’inasprimento delle pene. La formazione sulla de-escalation è all’ultimo posto.
Che cosa ci sta dicendo questo dato ?
Le aggressioni non vengono vissute principalmente come un problema di ordine pubblico. Vengono vissute come un problema di tenuta del sistema e delle persone che ci lavorano dentro.
Chi lavora dentro e chi guarda da fuori: due sguardi diversi
Gli infermieri, più esposti al contatto diretto e continuo con pazienti e familiari, indicano soprattutto il bisogno di risorse psicologiche. I medici, nel campione, spingono ancora di più su questa dimensione.
E i cittadini ? I cittadini vedono altro. Vedono prima di tutto il sistema che non funziona. Tempi lunghi, attese, difficoltà di accesso, comunicazione inefficace.
Quindi le aggressioni sono un problema di persone o un problema di contesto ?
Presenza di corsi di formazione nella propria organizzazione
Alla domanda sulla presenza di corsi di prevenzione delle aggressioni:
Sì: 23 risposte, 35,9%
No: 41 risposte, 64,1%
Questo dato, da solo, è già pesante. Quasi due terzi dicono che nella propria organizzazione non ci sono corsi.
La formazione: necessaria, ma non sufficiente
Un dato merita attenzione. Solo poco più di un terzo dei rispondenti dichiara che nella propria organizzazione esistono corsi di formazione sulla prevenzione delle aggressioni. E cosa succede quando si incrocia questo dato con le priorità?
Dove i corsi non ci sono, la formazione viene desiderata. Dove i corsi ci sono, non viene percepita come la leva principale.
La formazione da sola non basta. Se il sistema resta disfunzionale, se i carichi sono eccessivi, se manca il supporto organizzativo, insegnare tecniche di de-escalation non risolve il problema
Le parole dei partecipanti: cosa dicono i commenti liberi
l primo tema, il più forte, è la critica al sistema sanitario che compare in circa un terzo dei commenti. Si parla di carenza di personale, tempi, organizzazione inefficiente, strutture obsolete, assenza di vie di fuga, mancanza di protezioni, territorio debole, ospedale lasciato solo. In molti commenti il messaggio è questo: l’aggressione esplode dove il sistema fallisce.
Il secondo tema è il carattere multifattoriale del problema. Molti commenti dicono apertamente che una sola risposta non basta. Per loro servono insieme sistema, formazione, sicurezza e sanzione.
Il terzo tema è il problema culturale. Si parla di peggioramento del clima sociale, pretesa del “tutto e subito”, rabbia diffusa, scarsa tolleranza alla frustrazione, maleducazione, deterioramento del rapporto con le istituzioni. Alcuni collegano questo al post-Covid. In sostanza: non c’è solo una criticità sanitaria, c’è una trasformazione del contesto sociale.
Un quarto tema riguarda la richiesta di pene più severe quasi mai in forma isolata. Di solito le pene compaiono dentro una visione più complessa, non come soluzione unica.
Un quinto tema riguarda la de-escalation e la comunicazione: diversi rispondenti dicono che funziona solo in una parte dei casi: quando la persona è molto alterata, sotto sostanze, o già in escalation piena, il dialogo può non bastare.
C’è poi un nucleo molto interessante di commenti sulla violenza organizzativa interna. Un rispondente parla apertamente di leadership tossiche, mobbing, ricatto, incompetenza dei coordinatori, mancata tutela dell’assetto psicologico del personale. Un altro racconta di aver subito aggressione e di aver ricevuto scarso supporto organizzativo. Questo allarga molto il campo. L’aggressione non è solo quella del paziente o del familiare. Per alcuni il clima organizzativo stesso è una forma di aggressione.
Altri commenti insistono sulla sicurezza strutturale. Non solo vigilanza, ma pulsanti di allarme, vie di fuga, ambienti pensati per proteggere chi lavora. Cioè non semplice presenza delle forze dell’ordine ma prevenzione ambientale.
Infine c’è un tema delicato ma cruciale: alcuni commenti dicono, in sostanza, “non giustifico la violenza, ma capisco la rabbia”: una parte dei rispondenti riconosce la sofferenza e la frustrazione dei cittadini, soprattutto quando incontrano un sistema percepito come inefficiente o disumanizzante. Questo non assolve l’aggressione però spiega perché il tema del sistema pesa così tanto.
Un cambio di prospettiva
Le aggressioni non sono solo episodi ma segnali
– di un sistema sotto pressione
– di operatori che faticano a reggere
– di cittadini che vivono frustrazione e perdita di fiducia
In questo contesto, chiedere solo più pene o più sicurezza rischia di essere una risposta parziale.
Serve anche questo? Probabilmente sì. Ma basta? La risposta che emerge è chiara. No.