Prima costruisco il ponte e poi lo attraverso: il contrasto all’uso politico della paura

Prima costruisco il ponte e poi lo attraverso: il contrasto all’uso politico della paura

Sto riflettendo da tempo sul fenomeno Vannacci. Al di là delle valutazioni politiche, che non mi interessano, credo che la questione centrale riguardi la psicologia sociale e i meccanismi attraverso cui si costruisce il consenso. In questo senso Vannacci è un raffinato stratega che lo può far sembrare sempre vincente; per fortuna non è così e spiegherò alla fine perchè.

Molte persone che si oppongono alle sue posizioni rispondono sul piano dei fatti, delle evidenze, delle argomentazioni razionali. Ma non funziona. 

Serve solo a rafforzare le convinzioni di chi non è d’accordo ma non ha effetti sui seguaci anzi rafforza le loro posizioni. 

La sensazione è quella di assistere a due conversazioni parallele che non si incontrano mai. Da una parte chi porta studi, statistiche, metanalisi e riferimenti scientifici. Dall’altra chi continua a raccogliere consenso.

Perché accade?

Una possibile risposta mi è arrivata da un commento ricevuto sui social. L’autore sosteneva che il problema non fosse tanto l’incomprensione dei dati o delle evidenze, quanto l’utilizzo sistematico della paura come strumento di consenso. Una paura che riguarda l’immigrazione, la famiglia, l’identità culturale, i cambiamenti sociali e tutto ciò che viene percepito come diverso dalla consuetudine.

La paura è forse l’emozioni più potente, quando si attiva, il nostro cervello cerca protezione appartenenza, rassicurazione mentre non servono  le spiegazioni, le prove. Vannacci lo sa benissimo e ignora anzi adora chi contrasta le sue narrazioni sul solo piano razionale.

La paura non parla la lingua dei dati ma della sicurezza.

Trovo particolarmente utile una lettura attraverso l’Analisi Transazionale. Non se Vannacci la conosca ma ho il forte sospetto di si. Molta comunicazione politica contemporanea sembra rivolgersi prevalentemente allo stato dell’Io Bambino, con i suoi bisogni di sicurezza, accettazione, appartenenza e protezione. E il politico parla la lingua del Genitore Normativo, che propone regole semplici, confini netti, distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra chi appartiene al gruppo e chi ne è fuori.

Quando questi due stati dell’Io entrano in risonanza, il messaggio acquisisce una forza enorme.

“Hai paura? Ti proteggo io.” “Hai perso qualcosa? Te la restituisco io.” “Il mondo è cambiato troppo velocemente? Ti restituisco certezze.” “Ti senti ignorato dalle élite? Io ti vedo.”

Il Bambino che c’è in noi non comprende i messaggi razionali e dei dati e contamina l’Adulto che invece sarebbe perfettamente in grado di capirlo.

Se si afferma che le famiglie omogenitoriali rappresentano una minaccia per i bambini e noi rispondiamo esclusivamente con dieci studi scientifici che dimostrano il contrario, potremmo avere ragione sul piano delle evidenze e risultare inefficaci sul piano della comunicazione.

Perché stiamo rispondendo a una paura con un dato. Questo non significa che la scienza o la razionalità siano inutili ma che devono essere inserite dentro una relazione emotiva.

Prima riconosciamo il bisogno e poi introduciamo il  dato cioè prima si costruisce il ponte e poi lo si attraversa.

Quindi ha chi ha paura delle famiglie omogenitoriali dobbiamo dire: “Capisco la tua preoccupazione per il benessere dei bambini e la condivido. E’ difficile cambiare idea su temi così radicati e antichi”

Poi c’è un altro aspetto che Vannacci conosce perfettamente quando dice che lui e i suoi sono la feccia. Chi si oppone a queste narrazioni cade nella tentazione di dividere il mondo tra persone istruite e persone manipolate, tra chi comprende e chi non comprende, tra saggi illuminati e popolo stupido. 

E’ il modo di rassicurarsi che Vannacci parla solo a persone inconsapevoli, manipolabili e fragili.

Ma nessuno è immune dalla paura e dal bisogno di appartenenza.

Persone colte, intelligenti e preparate possono essere influenzate dalle stesse dinamiche emotive che osserviamo negli altri.

Le persone credono a Vannacci perchè parla ai bambini e soddisfa i loro bisogni psicologici primordiali. 

Contrastare Vannacci sul piano dei contenuti significa lasciargli  il monopolio delle emozioni. Non servono dati e statistiche servono racconti, simboli, identità e appartenenza. Servono le storie. La narrazione compete con la narrazione non con il foglio Excel.

E’ evidente infine che l’uso politico della paura prospera dove esiste sfiducia.

Quando i cittadini percepiscono che le istituzioni funzionano male, che la politica è distante, che la sanità è in difficoltà, che la scuola fatica, che l’informazione è poco credibile, diventano molto più vulnerabili a chi offre spiegazioni semplici e soluzioni immediate.

Se le persone si fidano, la paura perde forza mentre se non si fidano, la paura diventa moneta politica.

Lo stesso succede in sanità dove la sfiducia cerca colpevoli, polarizzazione, semplificazioni, narrazioni tossiche.

La paura cerca sempre qualcuno che prometta una soluzione semplice mentre la fiducia accetta la complessità.

La vera sfida culturale del nostro tempo non consiste  nell’insegnare a ragionare meglio ma nell’aiutare le persone a convivere con l’incertezza senza cercare immediatamente un nemico da cui difendersi.

Ma c’è qualcosa che Vannacci non ha considerato: i Bambini a cui lui parla e che si sentono protetti e ascoltati molto presto si accorgeranno che non hanno a che fare con un papà buono vero ma con un raffinato politico che li usa; capiranno che il suo unico scopo è il potere personale. Gentile Generale: i bambini si lasciano facilmente impressionare e rispondono di pancia ma alla fine non perdonano.