Perchè lo smartphone danneggia irrimediabilmente la maturazione cerebrale

Perchè lo smartphone danneggia irrimediabilmente la maturazione cerebrale

l cervello umano raggiunge il 90% delle sue dimensioni definitive entro i cinque anni. In questa fase ci sono più neuroni e più sinapsi rispetto all’età adulta.

Lo sviluppo successivo, quindi, non consiste in una crescita ulteriore, ma in uno sfoltimento selettivo: vengono mantenuti soltanto i neuroni e le connessioni utilizzati con maggiore frequenza. I neuroni non si attivano tutti simultaneamente: si collegano tra loro formando reti.

Le attività svolte frequentemente durante la pubertà condizionano cambiamenti strutturali e duraturi del cervello, soprattutto se producono piacere. Se in quegli anni si pratica il tiro con l’arco, oppure si vive immersi in una cultura specifica, il cervello cambia: attiva alcune connessioni e ne disattiva altre. Nell’età adulta, questo si traduce in competenze, abitudini, identità.

Oltre allo sfoltimento, il cervello opera un altro processo fondamentale: la mielinizzazione. Per aumentare la velocità di trasmissione, soprattutto nelle connessioni a lunga distanza, i neuroni vengono ricoperti da una guaina isolante ricca di grassi, la mielina. Grazie a sfoltimento e mielinizzazione, il cervello diventa sempre più efficiente.

Questi processi avvengono in momenti specifici, finestre temporali decisive per definire la struttura del cervello. Una metafora aiuta a capirlo: l’indurimento del cemento. Se si prova a scrivere su cemento troppo fresco, il segno sparisce. Se è troppo secco, non si riesce a incidere. Ma nel momento giusto, il segno resta per sempre.

Durante la pubertà, sfoltimento e mielinizzazione accelerano. Le esperienze fatte in quegli anni possono quindi produrre cambiamenti ampi e duraturi. È un periodo che richiede attenzione alle esperienze vissute. È anche un periodo sensibile per l’apprendimento culturale, perché coincide con la configurazione più stabile del cervello.

Gli esseri umani si adattano bene alla vita sociale e culturale, ma hanno bisogno di una ampia gamma di esperienzeper diventare adulti competenti. E qui emerge una domanda cruciale: quanto devono essere intense le esperienze spiacevoli?

Una certa quota di stress è necessaria. Esperienze brevi e limitate, come essere esclusi da un gioco una volta, possono sviluppare resilienza e forza emotiva. Lo stress cronico, invece, quello che dura giorni, settimane o anni, è dannoso: rende difficile adattarsi, recuperare, rafforzarsi.

In altre parole: un po’ di stress aiuta a crescere, troppo stress blocca lo sviluppo.

A partire dagli anni ’80, nelle società anglofone si è diffusa una tendenza a eliminare il rischio dalla vita dei bambini. In molte scuole sono state evitate attività percepite come pericolose, sia fisicamente sia emotivamente. È la logica del “safe is best”, della sicurezza come valore assoluto.

Questa cultura ha ridotto drasticamente le attività autonome, soprattutto all’aperto, per paura di possibili danni. L’iperprotezione si è imposta con i Millennial e ha accelerato negli anni ’90.

Ma il peggioramento della salute mentale degli adolescenti esplode nei primi anni 2000, con la Generazione Z. Serve quindi un secondo fattore per spiegare questo cambiamento: lo smartphone.

Lo smartphone offre molte esperienze: connessione continua, condivisione, relazioni. Ma è un contatto senza sforzo, mediato da uno schermo, in cui si possono ricevere rapidamente approvazione o umiliazione.

Queste esperienze sono così numerose e coinvolgenti da ridurre l’interesse per quelle che avvengono nel mondo reale. Quando smartphone, tablet o videogiochi entrano nella vita di un bambino, tendono a sostituire molte altre attività.

Il risultato è spesso un bambino seduto, immobile, assorbito dallo schermo, con un’interazione limitata al gesto di scorrere.

Ma le esperienze digitali hanno lo stesso valore di quelle reali?

Per un cervello in sviluppo, la risposta è chiara: no.

La comunicazione mediata dallo schermo non attiva pienamente le aree cerebrali coinvolte nelle espressioni facciali, nel tono della voce, nel contatto visivo, nel linguaggio del corpo. Senza queste componenti, lo sviluppo delle competenze sociali resta incompleto.

È realistico aspettarsi che bambini e adolescenti sviluppino competenze sociali adulte vivendo principalmente nel mondo virtuale?

La risposta è evidente.

Se vogliamo favorire uno sviluppo sano durante la pubertà, dobbiamo ridurre gli inibitori di esperienza. I ragazzi hanno bisogno di vivere una gamma ampia e concreta di esperienze, comprese quelle difficili, comprese le frustrazioni, comprese le sfide.

Due modalità della mente

Due modalità della mente

La variabilità degli ambienti in cui viviamo ha portato allo sviluppo di due sistemi cerebrali opposti.

Il primo è il sistema di attivazione, che entra in funzione quando compare un’opportunità o un bisogno. È il sistema che si attiva, per esempio, quando ci si imbatte in un albero carico di mele mature mentre si ha fame. Questa modalità di funzionamento si chiama modalità di scoperta: orienta all’azione, all’esplorazione, alla ricerca.

Il sistema opposto è il sistema di inibizione, che si attiva quando compaiono minacce o pericoli. In questo caso si interrompe ciò che si stava facendo, la fame scompare, il sistema simpatico si attiva e il pensiero si concentra interamente sulla minaccia e su come evitarla. Questa è la modalità di difesa.

Questi due sistemi rappresentano un meccanismo rapido di adattamento al mutare delle circostanze. Ma qual è l’impostazione predefinita?

Negli animali che si sono evoluti in ambienti con pochi pericoli quotidiani, si osserva spesso un comportamento serenoe fiducioso: si avvicinano facilmente anche all’uomo. La loro impostazione predefinita è la modalità di scoperta.
Al contrario, animali esposti costantemente a rischi e predatori hanno come base la modalità di difesa: sono sempre pronti alla fuga.

Negli esseri umani, e in altri mammiferi altamente sociali come i cani, questa impostazione diventa parte del tratto di personalità.

Le persone che vivono prevalentemente in modalità di scoperta sono più felici, più socievoli, più aperte alle nuove esperienze.
Chi invece resta in modalità di difesa tende a essere ansioso, sulla difensiva, raramente si sente davvero al sicuro. Le nuove situazioni vengono percepite come minacce, non come opportunità.

Questa diffidenza cronica, cioè l’attivazione costante della modalità di difesa, è adattativa in ambienti ostili. Per esempio, nei bambini che crescono in contesti instabili o violenti, è una risposta funzionale alla sopravvivenza.

Ma restare bloccati in modalità di difesa diventa un ostacolo serio: limita l’apprendimento, riduce la crescita, impoverisce le relazioni.

La modalità di scoperta, al contrario, favorisce apprendimento, creatività e sviluppo.
Aiutare i giovani a passare dalla difesa alla scoperta è uno degli interventi educativi più efficaci.

Qui si apre una domanda: che tipo di ambiente stiamo offrendo?

Negli ultimi anni, la cultura percepita come espansiva dei Millennial, orientata alla scoperta, ha lasciato spazio a un clima più ansioso, che caratterizza molti appartenenti alla Generazione Z, più spesso orientati alla difesa.
Libri, parole, idee che nel 2010 non suscitavano reazioni, pochi anni dopo vengono percepiti come pericolosi o traumatizzanti.

Nell’infanzia, il gioco è lo strumento naturale attraverso cui il cervello si orienta verso la modalità di scoperta. È nel gioco che si sperimenta, si rischia, si apprende senza paura.
Al contrario, un’esposizione precoce e intensa a telefoni cellulari e social tende a spostare l’esperienza verso la modalità di difesa: confronto continuo, giudizio, allerta.

E allora la domanda diventa concreta: vogliamo crescere persone che esplorano o persone che si proteggono?

La motivazione si erode, non scompare

La motivazione si erode, non scompare

Aggressioni ai professionisti sanitari: davvero bastano più pene e più polizia ?

Aggressioni ai professionisti sanitari: davvero bastano più pene e più polizia ?

Le aggressioni ai professionisti sanitari sono sempre più frequenti. Il tema è diventato pubblico, discusso, a tratti polarizzato. C’è chi invoca più sicurezza, chi chiede pene più severe, chi punta sulla formazione.

Ma come viene percepito davvero il problema da chi lavora nella sanità e da chi la utilizza?

Un piccolo survey, condotto tra professionisti sanitari e cittadini, prova a rispondere con una piccola fotografia che mostra cose interessanti.

Cosa viene considerato davvero prioritario

La prima domanda è semplice. Qual è la priorità per prevenire le aggressioni ? Le risposte non vanno tutte nella stessa direzione. Ho chiesto di scegliere una delle seguenti opzioni:

1 – il miglioramento del benessere psicologico degli operatori al fine di possedere risorse psicologiche per la corretta gestione delle situazioni di conflitto e aggressività

2 – Il miglioramento della funzionalità del sistema sanitario pubblico

3 – Il rafforzamento della protezione da parte delle forze dell’ordine

4 – L’inasprimento delle pene per chi commette violenza verso i sanitari

5 – La formazione sulle tecniche relazionali di de-escalation 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa emerge ?

La priorità è il benessere psicologico degli operatori. Subito dopo arriva il funzionamento del sistema sanitario. Solo dopo compaiono le forze dell’ordine e, ancora più indietro, l’inasprimento delle pene. La formazione sulla de-escalation è all’ultimo posto.

Che cosa ci sta dicendo questo dato ?

Le aggressioni non vengono vissute principalmente come un problema di ordine pubblico. Vengono vissute come un problema di tenuta del sistema e delle persone che ci lavorano dentro.

Chi lavora dentro e chi guarda da fuori: due sguardi diversi

Gli infermieri, più esposti al contatto diretto e continuo con pazienti e familiari, indicano soprattutto il bisogno di risorse psicologiche. I medici, nel campione, spingono ancora di più su questa dimensione.

E i cittadini ? I cittadini vedono altro. Vedono prima di tutto il sistema che non funziona. Tempi lunghi, attese, difficoltà di accesso, comunicazione inefficace.

Quindi le aggressioni sono un problema di persone o un problema di contesto ?

Presenza di corsi di formazione nella propria organizzazione

Alla domanda sulla presenza di corsi di prevenzione delle aggressioni:

: 23 risposte, 35,9%
No: 41 risposte, 64,1%

Questo dato, da solo, è già pesante. Quasi due terzi dicono che nella propria organizzazione non ci sono corsi.

La formazione: necessaria, ma non sufficiente

Un dato merita attenzione. Solo poco più di un terzo dei rispondenti dichiara che nella propria organizzazione esistono corsi di formazione sulla prevenzione delle aggressioni. E cosa succede quando si incrocia questo dato con le priorità?

Dove i corsi non ci sono, la formazione viene desiderata. Dove i corsi ci sono, non viene percepita come la leva principale.

La formazione da sola non basta. Se il sistema resta disfunzionale, se i carichi sono eccessivi, se manca il supporto organizzativo, insegnare tecniche di de-escalation non risolve il problema

Le parole dei partecipanti: cosa dicono i commenti liberi

l primo tema, il più forte, è la critica al sistema sanitario che compare in circa un terzo dei commenti. Si parla di carenza di personale, tempi, organizzazione inefficiente, strutture obsolete, assenza di vie di fuga, mancanza di protezioni, territorio debole, ospedale lasciato solo. In molti commenti il messaggio è questo: l’aggressione esplode dove il sistema fallisce.

Il secondo tema è il carattere multifattoriale del problema. Molti  commenti dicono apertamente che una sola risposta non basta.  Per loro servono insieme sistema, formazione, sicurezza e sanzione.

Il terzo tema è il problema culturale. Si parla di peggioramento del clima sociale, pretesa del “tutto e subito”, rabbia diffusa, scarsa tolleranza alla frustrazione, maleducazione, deterioramento del rapporto con le istituzioni. Alcuni collegano questo al post-Covid. In sostanza: non c’è solo una criticità sanitaria, c’è una trasformazione del contesto sociale.

Un quarto tema riguarda la richiesta di pene più severe quasi mai in forma isolata. Di solito le pene compaiono dentro una visione più complessa, non come soluzione unica.

Un quinto tema riguarda la de-escalation e la comunicazione: diversi rispondenti dicono che funziona solo in una parte dei casi: quando la persona è molto alterata, sotto sostanze, o già in escalation piena, il dialogo può non bastare.

C’è poi un nucleo molto interessante di commenti sulla violenza organizzativa interna. Un rispondente parla apertamente di leadership tossiche, mobbing, ricatto, incompetenza dei coordinatori, mancata tutela dell’assetto psicologico del personale. Un altro racconta di aver subito aggressione e di aver ricevuto scarso supporto organizzativo. Questo allarga molto il campo. L’aggressione non è solo quella del paziente o del familiare. Per alcuni il clima organizzativo stesso è una forma di aggressione.

Altri commenti insistono sulla sicurezza strutturale. Non solo vigilanza, ma pulsanti di allarme, vie di fuga, ambienti pensati per proteggere chi lavora. Cioè non semplice presenza delle forze dell’ordine ma prevenzione ambientale.

Infine c’è un tema delicato ma cruciale: alcuni commenti dicono, in sostanza, “non giustifico la violenza, ma capisco la rabbia”: una parte dei rispondenti riconosce la sofferenza e la frustrazione dei cittadini, soprattutto quando incontrano un sistema percepito come inefficiente o disumanizzante. Questo non assolve l’aggressione però spiega perché il tema del sistema pesa così tanto.

Un cambio di prospettiva

Le aggressioni non sono solo episodi ma segnali

– di un sistema sotto pressione
– di operatori che faticano a reggere
– di cittadini che vivono frustrazione e perdita di fiducia

In questo contesto, chiedere solo più pene o più sicurezza rischia di essere una risposta parziale.

Serve anche questo? Probabilmente sì. Ma basta? La risposta che emerge è chiara. No.

Pratica clinica e giudizio legale: il conflitto epistemologico

Pratica clinica e giudizio legale: il conflitto epistemologico

Negli ultimi anni si osserva una crescente esposizione mediatica degli eventi avversi in sanità. Casi clinici complessi, spesso già oggetto di accertamento giudiziario, vengono portati nello spazio pubblico con una risonanza crescente. Il fenomeno viene giustificato in nome della trasparenza e del diritto dei cittadini a essere informati.

Ma è davvero così semplice ? La maggiore visibilità degli errori sanitari produce automaticamente un miglioramento del sistema ?

Il diritto dei pazienti a tutelarsi non si tocca. Il ruolo fondamentale dell’informazione non si tocca. Il problema è un altro: comprendere quali effetti produce, a livello sistemico, il modo in cui questi eventi vengono selezionati e raccontati.

La pratica clinica e il giudizio legale si muovono su piani profondamente diversi. Il medico decide in condizioni di incertezza, spesso in tempi rapidi, sulla base di informazioni incomplete e in contesti ad alta complessità. Il perito e gli avvocati, al contrario, fanno una analisi retrospettiva: ricostruiscono i fatti a posteriori, comodamente seduti davanti ad un PC, con il supporto di consulenze tecniche e con criteri di valutazione lineari.

Accadde esattamente la stessa cosa in occasione dell’incidente aereo nel 2009 del volo Volo US Airways 1549.

Durante il processo venne contestato al comandante il fatto che tutte le simulazioni effettuate a posteriori avevano dimostrato che ci sarebbe stato il tempo di rientrare all’aeroporto invece che ammarare nell’Hudson.

Il mitico comandante Sullenberger contestò fortemente la ricostruzione a posteriori. Tutti i piloti coinvolti nelle simulazioni erano a conoscenza di quello che era accaduto nella realtà e quindi avevano invertito la rotta immediatamente dopo il Bird Strike. Nella realtà invece il comandante ebbe bisogno di diversi secondi per decidere qual era la cosa migliore da fare in una situazione in cui non aveva elementi certi e lineari per scegliere l’opzione più giusta. Quei secondi di riflessione causarono un ulteriore discesa dell’aereo e quindi l’impossibilità di rientrare in aeroporto.

Questa differenza è un nodo strutturale. Quando casi clinici vengono trasferiti dal contesto professionale a quello mediatico, il rischio è che la complessità decisionale venga ridotta a una sequenza di passaggi valutabili ex post, secondo una logica che non appartiene alla pratica clinica reale.

A questo si aggiunge un secondo elemento, raramente esplicitato: i media e il contenzioso legale operano per selezione e scelgono i casi più gravi, più emotivamente coinvolgenti, più narrabili. Ma questo produce una distorsione inevitabile: ciò che è eccezionale diventa rappresentativo, ciò che è raro viene percepito come frequente.

La sanità, invece, funziona su milioni di atti quotidiani che non fanno notizia. La qualità complessiva di un sistema non può essere valutata a partire dalla sua deviazione più visibile.

Quando la narrazione pubblica si concentra prevalentemente sugli errori, si producono almeno tre effetti.

L’aumento della medicina difensiva. I professionisti, esposti a un rischio percepito crescente, tendono a orientare le decisioni non solo sulla base dell’appropriatezza clinica, ma sulla riduzione del rischio legale.

L’erosione della fiducia. La relazione di cura si fonda su un equilibrio delicato tra competenza e affidamento. Una rappresentazione sistematicamente centrata sull’errore altera questo equilibrio e alimenta una percezione di insicurezza che non riflette necessariamente la realtà dei dati.

Lo spostamento del focus. L’attenzione si concentra sul singolo caso, sul singolo professionista, mentre le determinanti organizzative e sistemiche degli eventi avversi restano sullo sfondo.

Il significativo aumento delle aggressioni al personale sanitario trova in questi effetti distorsivi una causa potente e ricorrente.

Chi sostiene la necessità di una maggiore visibilità pubblica richiama giustamente il valore della trasparenza. Peccato che la trasparenza non è un concetto neutro perchè dipende da come l’informazione viene costruita, selezionata e interpretata.

Una comunicazione basata su singoli casi, anche quando tecnicamente fondati, non equivale automaticamente a una comprensione più profonda dei problemi. Può, al contrario, contribuire a una semplificazione che rende più difficile intervenire sulle cause reali.

Il miglioramento della sicurezza delle cure non nasce dalla sola esposizione degli errori, ma dalla capacità di analizzare i processi, comprendere le interazioni tra fattori clinici e organizzativi, e sviluppare modelli di governance adeguati alla complessità del sistema.

Quale tipo di conoscenza produciamo quando portiamo gli eventi avversi nello spazio pubblico ? E questa conoscenza aiuta davvero a migliorare il sistema, oppure ne altera la percezione senza incidere sulle sue determinanti profonde ? Cioè produce effetti distorsivi sul sistema sanitario ?

I tempi clinici e quelli giudiziari sono molto lontani. Il medico decide nell’incertezza, in tempo reale, con informazioni incomplete. L’avvocato e il giudice ricostruiscono a posteriori. E’un vero e proprio conflitto epistemologico, non solo professionale.