Pratica clinica e giudizio legale: il conflitto epistemologico

Pratica clinica e giudizio legale: il conflitto epistemologico

Negli ultimi anni si osserva una crescente esposizione mediatica degli eventi avversi in sanità. Casi clinici complessi, spesso già oggetto di accertamento giudiziario, vengono portati nello spazio pubblico con una risonanza crescente. Il fenomeno viene giustificato in nome della trasparenza e del diritto dei cittadini a essere informati.

Ma è davvero così semplice ? La maggiore visibilità degli errori sanitari produce automaticamente un miglioramento del sistema ?

Il diritto dei pazienti a tutelarsi non si tocca. Il ruolo fondamentale dell’informazione non si tocca. Il problema è un altro: comprendere quali effetti produce, a livello sistemico, il modo in cui questi eventi vengono selezionati e raccontati.

La pratica clinica e il giudizio legale si muovono su piani profondamente diversi. Il medico decide in condizioni di incertezza, spesso in tempi rapidi, sulla base di informazioni incomplete e in contesti ad alta complessità. Il perito e gli avvocati, al contrario, fanno una analisi retrospettiva: ricostruiscono i fatti a posteriori, comodamente seduti davanti ad un PC, con il supporto di consulenze tecniche e con criteri di valutazione lineari.

Accadde esattamente la stessa cosa in occasione dell’incidente aereo nel 2009 del volo Volo US Airways 1549.

Durante il processo venne contestato al comandante il fatto che tutte le simulazioni effettuate a posteriori avevano dimostrato che ci sarebbe stato il tempo di rientrare all’aeroporto invece che ammarare nell’Hudson.

Il mitico comandante Sullenberger contestò fortemente la ricostruzione a posteriori. Tutti i piloti coinvolti nelle simulazioni erano a conoscenza di quello che era accaduto nella realtà e quindi avevano invertito la rotta immediatamente dopo il Bird Strike. Nella realtà invece il comandante ebbe bisogno di diversi secondi per decidere qual era la cosa migliore da fare in una situazione in cui non aveva elementi certi e lineari per scegliere l’opzione più giusta. Quei secondi di riflessione causarono un ulteriore discesa dell’aereo e quindi l’impossibilità di rientrare in aeroporto.

Questa differenza è un nodo strutturale. Quando casi clinici vengono trasferiti dal contesto professionale a quello mediatico, il rischio è che la complessità decisionale venga ridotta a una sequenza di passaggi valutabili ex post, secondo una logica che non appartiene alla pratica clinica reale.

A questo si aggiunge un secondo elemento, raramente esplicitato: i media e il contenzioso legale operano per selezione e scelgono i casi più gravi, più emotivamente coinvolgenti, più narrabili. Ma questo produce una distorsione inevitabile: ciò che è eccezionale diventa rappresentativo, ciò che è raro viene percepito come frequente.

La sanità, invece, funziona su milioni di atti quotidiani che non fanno notizia. La qualità complessiva di un sistema non può essere valutata a partire dalla sua deviazione più visibile.

Quando la narrazione pubblica si concentra prevalentemente sugli errori, si producono almeno tre effetti.

L’aumento della medicina difensiva. I professionisti, esposti a un rischio percepito crescente, tendono a orientare le decisioni non solo sulla base dell’appropriatezza clinica, ma sulla riduzione del rischio legale.

L’erosione della fiducia. La relazione di cura si fonda su un equilibrio delicato tra competenza e affidamento. Una rappresentazione sistematicamente centrata sull’errore altera questo equilibrio e alimenta una percezione di insicurezza che non riflette necessariamente la realtà dei dati.

Lo spostamento del focus. L’attenzione si concentra sul singolo caso, sul singolo professionista, mentre le determinanti organizzative e sistemiche degli eventi avversi restano sullo sfondo.

Il significativo aumento delle aggressioni al personale sanitario trova in questi effetti distorsivi una causa potente e ricorrente.

Chi sostiene la necessità di una maggiore visibilità pubblica richiama giustamente il valore della trasparenza. Peccato che la trasparenza non è un concetto neutro perchè dipende da come l’informazione viene costruita, selezionata e interpretata.

Una comunicazione basata su singoli casi, anche quando tecnicamente fondati, non equivale automaticamente a una comprensione più profonda dei problemi. Può, al contrario, contribuire a una semplificazione che rende più difficile intervenire sulle cause reali.

Il miglioramento della sicurezza delle cure non nasce dalla sola esposizione degli errori, ma dalla capacità di analizzare i processi, comprendere le interazioni tra fattori clinici e organizzativi, e sviluppare modelli di governance adeguati alla complessità del sistema.

Quale tipo di conoscenza produciamo quando portiamo gli eventi avversi nello spazio pubblico ? E questa conoscenza aiuta davvero a migliorare il sistema, oppure ne altera la percezione senza incidere sulle sue determinanti profonde ? Cioè produce effetti distorsivi sul sistema sanitario ?

I tempi clinici e quelli giudiziari sono molto lontani. Il medico decide nell’incertezza, in tempo reale, con informazioni incomplete. L’avvocato e il giudice ricostruiscono a posteriori. E’un vero e proprio conflitto epistemologico, non solo professionale.