Le emozioni possono essere definite come risposte immediate e automatiche a uno stimolo, sia interno sia esterno. Si manifestano molto rapidamente, poiché sono sostenute dall’attivazione di circuiti sinaptici molto brevi. La generazione e la regolazione degli stati emotivi avvengono nel cosiddetto cervello antico, identificabile con il sistema limbico.
La corteccia cerebrale, invece, è poco sensibile alle emozioni, che raggiungono il livello della coscienza con grande difficoltà. In altre parole, spesso fatichiamo a riconoscere le emozioni che proviamo. Al contrario, le emozioni influenzano e modulano l’attività della corteccia cerebrale, condizionando sia i comportamenti sia i pensieri.
Ne consegue che, oltre a non riconoscere facilmente le nostre emozioni, non siamo neppure in grado di accorgerci quando pensieri e comportamenti sono influenzati da esse. Possiamo quindi affermare che la corteccia cerebrale è fortemente influenzata dal cervello antico, ma fatica a riconoscerne i segnali. Questo fenomeno diventa particolarmente evidente nelle situazioni di crisi e di conflitto, quando le emozioni risultano spesso confuse.
Quando gli esseri umani entrano in relazione e comunicano, si scambiano informazioni sia a livello corticale sia a livello del sistema limbico. La corteccia trasforma i pensieri in parole, che vengono articolate dagli organi fonatori e trasmesse all’altra persona, la quale le riceve attraverso l’udito. Questi segnali verbali vengono inviati alla corteccia cerebrale e possono a loro volta generare nuovi pensieri.
Il canale di comunicazione che collega le due cortecce cerebrali è definito canale di comunicazione verbale. Esso rappresenta una caratteristica distintiva della nostra specie.
La relazione e la comunicazione tra due persone generano però anche emozioni, che si manifestano prevalentemente attraverso segnali non verbali. Lo scambio di segnali non verbali è gestito dal sistema limbico e costituisce il canale di comunicazione non verbale, che prescinde dall’uso delle parole. Durante la relazione, quindi, i due canali comunicativi funzionano contemporaneamente.
A rendere più complesso questo schema comunicativo contribuisce il fatto che la corteccia cerebrale possiede la capacità di decodificare i segnali non verbali. Tale capacità si sviluppa spontaneamente nel corso della crescita e consente al bambino di riconoscere e integrare i segnali della comunicazione non verbale. Nell’età adulta questa competenza può essere ulteriormente affinata.
È inoltre importante ricordare che, durante la relazione comunicativa, la corteccia cerebrale riceve segnali interni provenienti dal proprio sistema limbico, il quale è a sua volta influenzato dai segnali non verbali emessi dal sistema limbico dell’altra persona. Questo spiega perché talvolta risulti difficile distinguere tra le emozioni proprie e quelle dell’altro, ovvero tra il proprio Sé e quello dell’interlocutore.
Trasferendo questi meccanismi comunicativi nella relazione sanitario–paziente, il sanitario riceve informazioni dalla corteccia cerebrale del paziente, le elabora e diventa così in grado di comprendere la situazione clinica. Allo stesso tempo, riceve informazioni emotive non verbali, che può decodificare ed elaborare a livello cognitivo.
Il flusso di informazioni provenienti dalla corteccia e dal sistema limbico del paziente, elaborate dalla corteccia del sanitario, costituisce il fondamento dell’empatia cognitiva. È importante sottolineare che riconoscere e comprendere cognitivamente le emozioni del paziente non implica necessariamente l’attivazione del proprio sistema limbico, né il provare le stesse emozioni del paziente.
L’attivazione del sistema limbico del sanitario può invece avvenire attraverso la comunicazione non verbale tra i due sistemi limbici — quello del paziente e quello del sanitario — e la successiva elaborazione corticale dei segnali emotivi interni. Questa è la condizione che possiamo definire di empatia emotiva.
Tale condizione presuppone necessariamente, da parte del sanitario, la capacità di distinguere le proprie emozioni da quelle del paziente.
Foto di Patty Brito su Unsplash
