Solange Fugger non è soltanto la più giovane responsabile di Pronto soccorso d’Italia: è soprattutto un personaggio perfetto per l’ecosistema social. Il suo profilo “Minerva Salute”, con centinaia di migliaia di follower e milioni di visualizzazioni, nasce dall’incontro fra tre elementi: una storia personale di successo precoce, la potenza narrativa del Pronto soccorso e il linguaggio iper-veloce di TikTok. Nei suoi video la medicina d’urgenza diventa una serie in pillole, fatta di casi clinici, notti in corsia, scelte al limite. Non è il dettaglio tecnico a catturare il pubblico, quanto l’adrenalina del racconto e l’accesso – per una volta – al “dietro le quinte” di un reparto che di solito resta invisibile.
Il suo successo, però, dice molto più dei singoli contenuti. Fugger incarna una figura di medico lontana dal modello tradizionale: giovane, dichiaratamente fuori dagli stereotipi, con un’immagine curata e un linguaggio che assomiglia più a quello dei creator che a quello dei trattati di medicina. È un mix potentissimo per una generazione di studenti e specializzandi che faticano a riconoscersi nei primari di un tempo e che nei social cercano soprattutto modelli con cui identificarsi, più che lezioni frontali.
In questo scenario l’engagement diventa la valuta principale. La medicina d’urgenza è perfetta per l’algoritmo: casi estremi, emozioni forti, vite appese a un filo. La linea che separa la divulgazione dalla spettacolarizzazione è sottilissima, come sottolineano molti addetti ai lavori nel dibattito sui medici influencer. Non è un caso che il caso Fugger sia stato usato più volte come esempio, in positivo e in negativo, di questa nuova stagione: da un lato la capacità di rendere “raccontabile” un lavoro che soffre di scarsa attrattività, dall’altro il rischio di semplificare eccessivamente messaggi complessi, trasformando il Pronto soccorso in un format da consumo rapido.
Il punto è che i numeri dei social non misurano la qualità scientifica, ma la capacità di stare dentro il frame dell’intrattenimento. Fugger ha intercettato una fame reale di narrazione sulla sanità, in un momento in cui ospedali e istituzioni non sanno o non vogliono comunicare il proprio lavoro. Il suo successo mediatico nasce esattamente qui: nell’aver riempito un vuoto comunicativo, più che un vuoto di contenuti clinici. È una medicina che funziona benissimo per lo schermo dello smartphone; ma il fatto che funzioni online non ci esonera dal porci una domanda scomoda: quanto di ciò che vediamo è davvero informazione sanitaria, e quanto è, semplicemente, storytelling che usa la medicina come scenografia?