Durante un’audizione del Senato degli Stati Uniti, il senatore Josh Hawley chiede a una testimone esperta: “Can men get pregnant?”. La testimone è la dottoressa Nisha Verma, ginecologa e rappresentante di Physicians for Reproductive Health.
L’episodio avviene durante un’audizione della Senate Health, Education, Labor, and Pensions Committee, una commissione che si occupa di sanità pubblica. Il tema del giorno non è l’identità di genere, bensì l’aborto farmacologico, in particolare la regolazione della mifepristone e il ruolo dell’agenzia del farmaco. La dottoressa Verma è lì come clinica, chiamata a fornire elementi tecnici su sicurezza, accesso alle cure e conseguenze concrete delle restrizioni. La domanda del senatore irrompe in questo quadro come un cambio di scena improvviso.
Non si tratta di una domanda medica. È una mossa retorica. Serve a spostare il terreno del confronto dalla sanità pubblica alla guerra culturale, dove parole come “uomo”, “donna” e “biologia” funzionano da simboli identitari. In quel campo, la complessità perde e vince la frase netta. Qualunque risposta semplice sarebbe stata usata contro la testimone; una risposta articolata, come quella tentata da Verma, viene invece presentata come evasiva. La trappola è tutta qui.
Dal punto di vista scientifico, la questione è meno controversa di quanto sembri. La capacità di gravidanza dipende dall’anatomia riproduttiva, non dall’identità di genere. Per questo, in sanità pubblica si parla talvolta di “persone che possono rimanere incinte”: non per negare la biologia, ma per includere tutti i pazienti che, di fatto, necessitano di cure ostetriche.
In contesti ostili, la scienza da sola non basta. Occorre proteggere il contenuto scientifico con una comunicazione difensiva, capace di resistere alle semplificazioni cioè riformulare il campo. Una risposta efficace non entra nel conflitto identitario, ma riporta l’attenzione su organi, funzioni e bisogni di cura. Dire che “in medicina trattiamo pazienti con un utero funzionante” è biologicamente corretto, clinicamente utile e politicamente robusto.
L’errore più comune, in situazioni simili, è pensare che si stia partecipando a un dibattito razionale. Un’audizione parlamentare è un’arena. Chi interroga spesso non cerca una risposta, ma una reazione. In questo senso, la risposta “difensiva” non è una resa: è competenza professionale. Significa mantenere il focus sulla salute, sui pazienti e sulle evidenze, evitando di diventare comparse in uno scontro simbolico.
L’episodio Hawley–Verma ci ricorda dunque qualcosa che vale ben oltre gli Stati Uniti. Quando logica clinica e logica politica si incontrano, parlano lingue diverse. La prima è orientata alla cura, la seconda al consenso. Se la scienza vuole sopravvivere nello spazio pubblico, deve imparare a farsi capire senza farsi catturare. E questo, oggi, è parte integrante del lavoro di chi fa medicina, formazione e salute pubblica.